mercoledì 1 ottobre 2014

Apparizione delle Zeppole Giganti di San Bubolo

Ieri, martedì 30 settembre, nell'Anno del Signore 2014, la giuria presieduta da Bubo Bubissimo de' Bubis, riunita in sessione plenaria, nelle persone di Beatrice Alemagna, Paolo Canton, Giovanna Zoboli, Valentina Colombo, Anna Martinucci e Lisa Topi, ha così decretato.

«Oggi, primo giorno del mese di ottobre dell'anno del Signore 2014, con la pancia piena, il colesterolo alle stelle e la glicemia impazzita, noi, ìncliti giurati del Gioco della Zèppola Gigante di San Bubolo annunciamo al Popolo qui virtualmente riunito le seguenti dieci opere acciocché esse siano sottoposte, in forma anonima, al suo augusto e insindacabile giudizio, così da evitare partigianerie di sorta.

Pertanto, da questo momento e fino allo scoccare della mezzanotte del giorno 2 ottobre (dell'anno del Signore 2014), il Popolo, da noi investito della facoltà di giudizio, professando di attribuire il proprio voto secondo quanto coscienza e onestà gli detteranno, e raccomandandosi all'infinita sapienza e bontà di San Bubolo che tutto può e tutto vede, potrà esprimere le proprie definitive risoluzioni commentando questo post e indicando il numero dell'opera prediletta: numero 1; numero 2; numero 3; numero 4; numero 5; numero 6; numero 7; numero 8; numero 9; numero 10; e numero 11.»

Undici? Sì, undici. C'erano due zeppole parimerito e non siamo riusciti a decidere quale eliminare.

Per ingrandire, va da sé, il Popolo clicchi sulle immagini.

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Questa qui sotto è la numero 1



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Questa qui sotto è la numero 2



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Questa qui sotto è la numero 3





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Questa qui sotto è la numero 4




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Questa qui sotto è la numero 5


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Questa qui sotto è la numero 6



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Questa qui sotto è la numero 7


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Questa qui sotto è la numero 8

Clicca sull'immagine per leggerla meglio

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Questa qui sotto è la numero 9



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Questa qui sotto è la numero 10

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Questa qui sotto è la numero 11


martedì 30 settembre 2014

I Martedì della Emme: un gioco per bibliotecari felici

“Grazie di avermi fatto conoscere questo libro.”
Chiunque sia lettore ha pronunciato questa frase o se la è sentita rivolgere, per gratitudine, da un altro lettore.

C'è chi per lavoro consiglia libri. Si chiama bibliotecario e svolge (anche) questo compito con una competenza ignota o estranea ai comuni lettori: the common reader, come intitola una famosa raccolta di saggi letterari di Virginia Woolf.

In questi dieci anni di Topipittori, in tutta Italia, abbiamo conosciuto molti bibliotecari. Con loro abbiamo collaborato alle iniziative più diverse. La gran parte delle volte ci siamo resi conto di quanto la funzione che svolgono sia fondamentale. Conoscere il pubblico dei lettori e conoscere i libri. E conoscerli bene.

Una pagina dell'Alfabeto di Sonia Delauney.

Per quel che riguarda i libri, questo significa avere in mente non solo le ultime uscite, le novità. Ma una montagna di libri: del presente e del passato, libri che la gran parte di noi o non sa nemmeno che esistono o lo sa, ma poi se ne è dimenticato. Libri spesso interessanti, belli, ma per le più diverse ragioni andati fuori fuoco: o perché sono usciti di catalogo o perché non hanno avuto la diffusione che avrebbero meritato o perché le mode editoriali li hanno messi in un angolo. In sostanza, perché il tempo passa e tutto cambia anche lo spazio che dovrebbe essere riservato alle cose che conservano inalterato il loro senso.



Oppure i libri, il bibliotecario può non conoscerli tutti, ma sa però come andarli a cercare: perché una biblioteca, se non ci si sa viaggiare dentro, è un contenitore muto, inerte. Percorrerla è come fare un trekking: ci vuole chi conosca i sentieri. Poi, lungo la strada, ognuno può prendersi il tempo che vuole e guardare e pensare quel che vuole, ma qualcuno che indichi la strada è necessario perché si possa scoprire, liberamente, a propria volta. Perché, tornando di nuovo alla Woolf: “L’indipendenza è la più importante qualità in assoluto che un lettore deve possedere.”



Per quel che riguarda il pubblico dei lettori, il bibliotecario conosce non solo gli adulti, ma soprattutto i bambini e i ragazzi. E con questi instaura dialoghi e rapporti di amicizia, fiducia, interesse. Di questa relazione i libri sono parte integrante. Un bibliotecario, cioè, lo sappiamo tutti, è un mediatore: è il tramite che consente a un bambino, a un ragazzo l'accesso a esperienze e conoscenze che senza di lui non sarebbero possibili, per le più diverse ragioni: economiche, sociali, culturali eccetera.

I bibliotecari e la biblioteca sono, concludendo, la memoria dei libri, e ci sono libri che meritano proprio di essere ricordati.
È sulla base di queste riflessioni che inauguriamo questa rubrica del nostro blog: I Martedì della Emme. La Emme sta per la Emme Edizioni di Rosellina Archinto.

Premessa: lo scorso novembre, su queste pagine abbiamo dedicato alcuni post a un libro da noi edito La casa delle meraviglie. La Emme Edizioni di Rosellina Archinto, a cura di Loredana Farina, le trovate qui.

Agli inizi del 2014, Loredana Farina e Alessandra Mastrangelo, hanno organizzato e realizzato, insieme ad ABCittà una mostra intorno a questo libro e ai libri della Emme, La Emme Edizioni di Rosellina Archinto. Vent’anni di successi in mostra (1966-1985) con il patrocinio di Nati per Leggere e della sezione lombarda dell’Associazione Italiana Biblioteche. Sul blog ne abbiamo parlato qui, dando tutte le informazioni necessarie sul tipo di percorso espositivo che questa mostra propone, per tutti coloro che la volessero visitare o ospitare.

Cliccate qui per scaricare il pieghevole con le informazioni sulla mostra, 
Oggi questa mostra comincia un tour attraverso diverse biblioteche: il calendario prevede per ora cinque sedi espositive, nelle biblioteche di Crema, Melegnano, Treviglio, Carpi e Lainate. E confidiamo che altre se ne aggiungano presto.


Uno dei punti forti di questa esposizione, è di essere stata pensata per far conoscere lo straordinario catalogo Emme valorizzando i piccoli/grandi fondi Emme che ogni biblioteca possiede: così che vi sia l'occasione di farli uscire dagli scaffali, per far loro incontrare il pubblico e i lettori, usandoli e mostrandoli, organizzandoci intorno attività, letture eccetera.
Perché se alcuni libri del glorioso catalogo Emme, una minoranza, oggi sono conosciuti – gli ultracitati Piccolo giallo e piccolo blu, Nella nebbia di Milano, Nel paese dei mostri selvaggi, L'uovo e la gallina, Era inverno eccetera, pubblicati nei cataloghi di tanti editori di oggi – moltissimi sono a tutt'oggi sconosciuti. Ed è non solo un peccato, ma una perdita.



Da queste riflessioni nasce l'idea di invitare i bibliotecari a scrivere dei libri Emme sul nostro blog: tutti coloro che vorranno, non solo quelli che ospiteranno la mostra.

Un'illustrazioone di Heinz Edelmans per
Andromedar SR1
Ogni martedì, nella rubrica I Martedì della Emme, ospiteremo un bibliotecario a raccontare in poche (o molte) righe un libro della Emme di Rosellina Archinto: quello che più ha amato o più usato o da cui è stato più colpito o il primo che ha incontrato eccetera. Lo invitiamo a farlo come vorrà, in modo personale, non accademico, raccontando la sua esperienza e le sue riflessioni.

I pezzi sul nostro blog usciranno con la firma di chi li ha scritti, accompagnati, oltre che da una piccola nota autobiografica, che presenti chi scrive al pubblico, dalla copertina del libro e da qualche immagine dell'interno. Sono sufficienti foto scattate anche con un telefono perché ci piacerebbe che l'immagine che correda il post fosse proprio quella dell'esemplare in possesso della biblioteca o del bibliotecario.

Ogni partecipante alla rubrica riceverà in dono, per sé o per la biblioteca, un libro dei Topipittori, a sua scelta.


Perciò, ecco: se siete bibliotecari, conoscete i libri della Emme Edizioni di Rosellina Archinto, li ammirate, lavorate coi bambini, amate scrivere, forse siete le persone giuste per I Martedì della Emme.

Se siete interessati a questa proposta, scriveteci a questo indirizzo, specificando di che libro volete scrivere, in che modi e tempi. Vi aspettiamo!


lunedì 29 settembre 2014

E dopo? Cosa è successo dopo?

Lo sketchbook Marina Marcolin
[di Silvia Gardina]

Qualche tempo fa si questo blog si è parlato di Factory Quota 101. Al tempo il progetto era ancora agli inizi e nel post si invitavano illustratori e illustratrici a candidarsi per la partecipazione a questa iniziativa della cantina padovana. Nel mentre è successo che sono arrivate tante (davvero, non ci aspettavamo così tante) candidature, ci sono state le selezioni e si è svolto il tutto, sui Colli Euganei. Qui una famiglia di viticoltori (Roberto, Silvia, Michele, Natalia Gardina) ha ospitato cinque illustratrici per una maratona di due giorni sul vino e sull'illustrazione. Vi raccontiamo com'è andata, ma anche perché e cosa ne sarà.


Cominciamo bene: il 13 e il 14 settembre sono stati due giorni di sole pieno. Il luogo: una cantina isolata, profumo di lavanda, lepri ciccione, filari di vite, cespugli di rose, il tramonto in quad, merende pranzi e cene senza respiro. Le candidate scelte per il weekend erano cinque illustratrici: una con la risata contagiosa, una con la frangia all'insù, una senza la “c”, una che sbagliava l'idioma, una con la criniera. Perfette. I loro nomi: Ilaria Faccioli, Ilaria Falorsi, Irene Moresco, Giulia Sagramola, Stefania Tonello. Insieme a loro Marina Marcolin, con il suo impeccabile workshop sull'acquerello, e Carla Manea, ospite d'esperienza come giurata del concorso.

Che Ilaria Falorsi si sia divertita, non  v'è dubbio.
Cosa è successo? Il buongiorno del sabato mattina è stato il workshop di Marina sull'utilizzo dell'acquerello, tema: la natura della vigna. Qui il gruppo si è formato, tra scambi e consigli. Per il resto del tempo le illustratrici hanno disegnato. Ad onor del vero mangiato, bevuto e disegnato. Ad ognuna di loro è stato assegnato un tema per eseguire un'illustrazione: chi il pic-nic, chi il cibo, chi la bicicletta, chi l'ulivo, chi gli amici. Cinque temi che non erano altro che l'interpretazione che la cantina ha scelto di dare al rito della degustazione. Un racconto leggero della bottiglia di vino, legato alla convivialità.

Lo sketckbook [sketchbook?] di Ilaria Faccioli

Perché cinque illustratrici. Il bello di ospitare in una cantina persone che il vino non lo vivono per lavoro è proprio che loro il vino non lo vivono per lavoro. C'è quindi quella spontaneità di vedere la natura e i suoi prodotti che si rischia di perdere quando in questo mondo ci si è da un po' di tempo. Certamente fare vino è un lavoro serio, perché c'è la natura che non la puoi controllare, perché c'è lo studio dei terreni, perché le uve bisogna saperle lavorare. Ma poi, quando il vino lo si degusta, bisogna cambiare registro e farsi più leggeri. Il bicchiere con l'amico, una bottiglia e una coperta in mezzo al prato, la ricetta della nonna col vino da tavola. Questo è quello che sono riuscite a fare le illustratrici: essere leggere e raccontare il vino con occhi nuovi.

Lo sketchbook di Giulia Sagramola.

Cosa resterà di questi giorni insieme? Cinque illustrazioni che saranno utilizzate per creare un manuale sul vino e sulla degustazione secondo l'interpretazione della cantina. Uno strumento di comunicazione che l'azienda utilizzerà per presentarsi. Le illustrazioni realizzate hanno stili diversi, ma insieme interpretano bene il linguaggio della cantina. I lavori visti insieme danno voce a un percorso collettivo assolutamente imperfetto. Assolutamente bello. Quando sarà pronto, ve lo mostreremo





venerdì 26 settembre 2014

Perché sei qui?


Qualche anno fa, Massimo Scotti, che è ricercatore di Letteratura francese e insegnante presso le università Kore di Enna e lo Iulm di Milano, mi raccontò di uno studio che stava svolgendo: il tema era quello dei fantasmi nella storia della letteratura, o meglio delle case infestate. Mi sembrò un argomento magnifico per un libro illustrato. E pensammo subito che Antonio Marinoni sarebbe stato perfetto per illustrarlo.
L'idea di Case stregate è nata in questo modo. Da quel momento, è trascorso qualche anno. Massimo intanto, nel settembre 2013, ha pubblicato con Feltrinelli il suo studio: Storia degli spettri. Fantasmi, medium e case infestate fra scienza e letteratura, la cui lettura senz'altro vi consigliamo ( e se vi innamorate della sua scrittura sappiate che ci sono anche Ces vipères de lueurs. Il mito ofidico nell’immaginario valériano, 1996; Sul mare degli Dei. Mitografia dell’isola di Capri, 2002; Gotico mediterraneo, 2007).


A un anno di distanza, ecco la versione narrativa e visionaria di questo colto lavoro, un libro che prende per mano il giovane lettore per condurlo con sapienza, ironia e sentimento attraverso la dimensione sfuggente, inquietante e romantica dell'invisibile e delle sue leggendarie, romanzesche manifestazioni: i fantasmi. Un viaggio nel tempo e nello spazio, attraverso epoche e luoghi di cui i fantasmi portano i segni: perché per quanto qui si abbia a che fare con l'eternità, un fantasma della Roma antica è certo molto diverso da un fantasma americano di due secoli fa. Verità che emerge immediata e prepotente dalle immagini del libro che, insieme al testo, raccontano atmosfere, personaggi, stili, architetture, con la maestria e il rigore a cui ci ha abituato Antonio Marinoni. Raffinate, forti, suggestive, cariche di suspance e mistero, le immagini di Antonio nascono da una lunga e attenta ricognizione dell'iconografia legata al tema dei fantasmi e delle case stregate.


Che l'immaginario di questo scrittore e di questo illustratore siano straordinariamente affini, non è una novità, come dimostra L'ora blu, storia di un incontro fra un viaggiatore inglese e due fantasmi emersi da un diario settecentesco durante un viaggio in treno attraverso le alpi svizzere. E in Velluto. Storia di un ladro, con testo di Silvana D'Angelo, il tema del passato e delle presenze nascoste che abitano interni domestici e si manifestano di tanto in tanto nel presente, è al centro del lavoro figurativo di Antonio Marinoni. Così come in Un chicco di Melograno. Come nacquero le stagioni, incentrato sul mito di Persefone e Demetra, Massimo si avventura con la protagonista nel regno delle tenebre, fino ad Ade, oscuro signore di quei luoghi (illustrazioni di Pia Valentinis).
Così oggi, abbiamo pensato di rivolgere qualche domanda a Massimo e Antonio per capire quali esperienze personali, letterarie e artistiche si intreccino in questo libro e siano alla base del loro immaginario così prossimo a queste dimensioni.


Massimo, quando è cominciato il tuo interesse per questi temi?

Come si dice, mi interessano “da sempre”. Da piccolo, per tanti motivi, l’idea della morte ti viene nascosta. Con il risultato di renderla arcana – se possibile ancor più di quanto non lo sia già di per sé – e molto poco chiara. Dove vanno i morti, che ovviamente non sono più accanto a te? Risposta tipica: in Cielo, con gli angioletti. Sì ma allora come mai si accompagnano i morti al cimitero? Cosa resta nella tomba e cosa va in Cielo? I bambini si pongono domande del genere, di solito, e siccome nessuno lo sa davvero, le risposte sono contraddittorie e la fantasia si scatena. Da questo tipo di interrogativi e di misteri può nascere l’interesse per questi argomenti, fino al punto in cui cerchi di “saperne di più”. Così capita di addentrarsi in una lunga ricerca, come ho fatto io con la Storia degli Spettri e ora con le Case Stregate. Dato che il tema non è dei più allegri, ho cercato di mettere nei due libri almeno un tocco di ironia, tanto per tirarci tutti un po’ su di morale.

Antonio, a quando risale la tua passione per architetture e interni?

È una passione nata quando ero molto piccolo.


Secondo la vostra esperienza, per quale ragione la dimensione dell'invisibile, del mistero, riguarda così da vicino quella dell'arte?

M.S. L’arte e la cultura, l’ho sempre pensato, servono a tener lontano il vuoto. Che può essere il vuoto di un pomeriggio fatto di noia, oppure il vuoto di risposte a cui accennavo prima. L’arte è misteriosa (ho paura di dire una cosa tanto evidente da risultare banale), è alla radice stessa del mistero, eppure è tanto umana e vitale da manifestarsi alle origini stesse dell’esistenza; i dipinti straordinari delle grotte di Altamira o di Lascaux dimostrano che l’uomo, quando aveva poco più di quanto gli serviva per non morire di fame o di freddo, provava già il bisogno di forgiare oggetti artistici, per comprendere la realtà che lo circondava, riproducendola. E mi verrebbe da aggiungere che non lo fa solo l’essere umano: ricordi, Giovanna, quando scrivevamo insieme il Manuale di Re Leone? Scoprivamo che certe specie di uccelli, per esempio, erano in grado di allestire magnifici giardini con foglie, rami e petali di fiori, per conquistare i loro oggetti d’amore, perché – altra cosa ovvia – anche l’amore ha a che fare con l’arte, proprio come ogni mistero, compresa la morte.

A.M. Perché l’immagine artistica è in grado di suggerire l’invisibile. L’arte, sin dall’antichità, ha ricercato i modi per raffigurare l’invisibile (il divino, i miti, i sogni, i mondi immaginari) così da facilitarne la comprensione, rendendolo visibile. Da qui: una lunga tradizione iconografica, alla quale cerco sempre di fare riferimento.


In che modo avete affrontato, l'uno con parole e l'altro con immagini, il racconto dell'invisibile?

M.S. Nel mio caso la questione è proprio questa: un fantasma è un’anima (che nessuno vede) a rendersi in qualche modo “visibile”, almeno a metà, in modo evanescente; è questa la cosa inquietante. Lo “spirito” per definizione non si vede – perché è privo di corpo – ma può diventare “spettro” o “fantasma”, cose che hanno a che fare con la luce (pensiamo allo “spettro solare”) e con il fenomeno visivo, in vari modi e a vari gradi. Ho imparato molte cose sulla definizione di questi termini e di questi concetti durante un interessantissimo convegno che si è appena svolto a Rocca Grimalda (Ovada), dal titolo Fantasia e Fantasmi, organizzato da Sonia Barillari e Martina Di Febo, che sono state così gentili da permettermi di presentare in questa occasione proprio le Case stregate.

A.M. Ho cercato di suggerire le atmosfere. Mi sono concentrato sulle ambientazioni notturne e, tramite la composizione, il chiaroscuro e il colore, ho tentato di rendere il tono emozionale del racconto. Penso che l’atmosfera possa guidare la nostra percezione e favorire il nostro coinvolgimento nella storia. La meta, che come illustratore sento altissima e difficile da raggiungere, sarebbe quella di riuscire a ricreare e a trasmettere un’emozione.


Da sempre l'uomo immagina e sente che i luoghi oltre che da abitatori sono abitati da presenze. I luoghi sono abitati cioè dai tempi che hanno attraversato e dalle persone che hanno appartenuto a quei tempi. Quanto la relazione con il passato conta nel vostro lavoro?

M.S. L’ho capito, quasi tangibilmente, proprio a Rocca Grimalda. Un luogo scelto apposta dalle organizzatrici perché ha un’atmosfera del tutto singolare, piena di “presenze”. Quando parliamo di atmosfera ci riferiamo proprio a questo: è come se l’aria avesse un peso diverso, fosse più densa o più sottile, piena di voci silenziosissime, di musiche non udibili, di colori non definibili e di tante caratteristiche non spiegabili; si crea un’atmosfera durante una cena piacevole, ma può capitare di trovarsi in un luogo dall’atmosfera sinistra. C’è qualcosa che non vediamo o non percepiamo, almeno con i nostri sensi; ma sappiamo che c’è, perché “lo sentiamo”. In un castello sappiamo che è presente la storia, perché le mura antiche ci parlano del passato; pensiamo inevitabilmente a chi c’è stato prima di noi, percorriamo le stanze su cui si sono posati altri passi, il tempo trascorso è quasi palpabile; la stessa cosa si prova in un museo o in una galleria d’arte: pittori e scultori hanno lasciato traccia della loro esistenza negli oggetti che hanno realizzato (proprio nel senso di “rendere reali” per i nostri occhi). In una biblioteca ci sono migliaia, milioni di voci che parlano ancora, chiuse nelle pagine dei libri, c’è un pensiero molteplice che aleggia, è un concerto di sussurri, ma anche di voci potenti; in questo senso si può dire che lo spirito sia sempre vivo e presente, impossibile da cancellare.

A.M. Mi interessano molto le tracce del passato e mi sento legato affettivamente agli oggetti familiari tramandati attraverso diverse generazioni. Anche quando disegno il riferimento a quanto è stato fatto in passato è spesso presente. Mentre lavoravo alle illustrazioni per Case stregate ho riflettuto più volte su certe opere di Léon Spilliaert, quelle più cupe e visionarie, e su certi lavori di Füssli, di Redon e di Delvaux, sulle fotografie di Deborah Turbeville e di Mimmo Jodice (che ho citato due volte nel libro) e sulle immagini di alcuni film, come The Innocents di Jack Clayton.


Che cos'è per voi un fantasma?

M.S. Probabilmente la mancata elaborazione di un lutto. Lo intuivo alla fine della Storia degli Spettri: il fantasma è l’immagine della perdita. Se ci credi, vedere un fantasma significa trovarsi di fronte a qualcosa che non c’è più, non appartiene più al nostro spettro visivo consueto (e non è un gioco di parole), ma rimane lì ancorato all’esistenza, non riesce ad andar via, per motivi oscuri. Non ho mai visto un fantasma, però se mi capitasse vorrei trovare il coraggio di chiedergli: “Perché sei qui? Cosa posso fare per aiutarti?”. Perché secondo la tradizione anche loro vorrebbero andar via, solo che non trovano la strada per allontanarsi. Ho letto un articolo su Internazionale, qualche settimana fa, che mi ha molto turbato. Raccontava di un sacerdote spiritista chiamato in Giappone, nei luoghi colpiti dallo tsunami. Sentiva la presenza di anime sperdute. I tanti morti provocati dal cataclisma erano stati strappati alla vita troppo in fretta. Ma rimanevano lì, come in trappola. Alcuni non sapevano nemmeno di essere morti. Il sacerdote aveva il compito di aiutarli ad “andare via”. E lui – così riferiva – riusciva a recidere i legami fra quei “non morti” e l’esistenza, perché potessero liberarsi e salire – sono sempre parole sue – “verso la luce”.

A.M. Penso ai fantasmi con leggerezza. Per me sono come quelle spiritose presenze che agiscono nel film Fantasmi a Roma, che mi ha incantato da bambino.

Disegno preparatorio per Poveglia.
Disegno preparatorio per Poveglia.




















Vi è mai capitato di aver pensato di essere stati testimoni di fatti non riducibili attraverso a una spiegazione razionale?

M.S. No, l’ho detto spesso, non mi è capitato mai. Per questo forse sono così fissato. Ero un bambino molto credulone, sempre convintissimo dell’esistenza di fate, spiriti, UFO, ma nessuna presenza inspiegabile si è mai degnata di farmi visita. Forse perché pensavano: “Con questo non c’è gusto, ci casca subito”, oppure: “Inutile scomodarsi, tanto ci crede lo stesso”. Forse qualche amico buontempone, o qualche società spiritica, prima o poi mi organizzeranno una bella messinscena fantasmatica, giusto per farmi contento, e per farmi spaventare un po’.

A.M. Meglio non dire.

Disegno preparatorio per Poveglia.
Prova colore per Poveglia.




















Cosa vi ha interessato di più nel corso del lavoro per Case stregate?

M.S. Per quanto mi riguarda, immaginare cosa Antonio avrebbe fatto delle mie parole, come le avrebbe interpretate; cercavo di spiegargli i colori che immaginavo, glieli descrivevo, sempre un po’ umiliato dal fatto che le parole, Cenerentole, possano dire così poco delle immagini; mi è piaciuto moltissimo vedere la trasformazione dei bozzetti in tavole, e seguire il lavoro lenticolare, paziente, affascinante, che andava facendo intorno a idee (vaghe), concetti (confusi) e leggende (oscure) che la tradizione ha conservato così ostinatamente. Questo è l’interrogativo persistente che ci propone l’immaginario: ma se sappiamo che queste cose non sono vere e razionali (come i fantasmi, appunto), perché la gente ci crede da secoli e millenni? Un’ultima cosa, molto interessante: se davvero non esistessero, questi fantasmi, se fossero esclusivamente fantasie, ognuno se li inventerebbe un po’ a modo suo, e invece, no. Ogni storia, recente o antichissima, di qua e di là dal globo, in Giappone come in Europa, presenta sempre, eternamente, le stesse strutture: i fantasmi, da che mondo è mondo, si manifestano sempre secondo le stesse leggi e nelle identiche modalità. Questo è davvero strano, no?

A.M. Ho trovato interessante studiare questi micro-racconti per immagini, che integrano il testo di Massimo e che si risolvono nello spazio di una o due pagine, così brevi (e pur completi) che li ho immaginati come trailer di possibili e più estese storie.
Poi, mi diverte sempre la raccolta della documentazione per la scelta dei personaggi e delle ambientazioni: fatta per selezioni successive, è una specie di casting.

Prove per le grafica di copertina.

giovedì 25 settembre 2014

SAN BUBOLO'S BREAKING NEWS!

In tutta Italia si cerca affannosamente la vera ricetta della Zeppole Gigante di San Bubolo.

Siamo lieti di annunciare che, a grande richiesta di Bubo, la scadenza per l'invio delle Zeppole di San Bubolo (qui tutti i dettagli) è stata posticipata!
Quindi potrete inviare le vostre zeppole giganti all'indirizzo sanbubolo@gmail.com fino alla mezzanotte di domenica 28 settembre.
La Miracolosa Apparizione delle Dieci Zeppole Giganti di San Bubolo selezionate dalla giuria avverrà sul blog dei Topi mercoledì 1 ottobre.
Da quel momento i lettori potranno cominciare a votare la loro zeppola preferita. La votazione rimarrà aperta fino allo scoccare della mezzanotte del 2 ottobre.
Il 3 ottobre sul blog dei topi sarà data notizia dei 3 vincitori.

Qui l'intervista di Bubo Bubissimo De' Bubis.

Bubo ci implora di posticipare l'invio delle Zeppole Giganti.
«Ok Bubo, lo posticipiamo al 28, ma smetti di fare quella faccia.»

«Uffa, non capite niente di facce di Bubi. Tanto io sabato e domenica vado al mare. Ho già pronti secchiello e paletta. E sarò costretto a mangiare la pizza bianca col rosmarino, in attesa della zeppole giganti dei miei fan. Perché loro mi vogliono bene, mica come voi topi...»

mercoledì 24 settembre 2014

L'oggettività dell'oggetto


«Quando i miei due bambini hanno raggiunto lo stadio dell'interesse per le immagini, una ricerca personale mi ha rivelato che praticamente non ne esistevano che potessero essere considerate da una parte appaganti per loro e dall'altra in linea con le moderne teorie dell'educazione. Così, ho pensato che fosse necessario creare un libro che contenesse immagini di questo tipo, non solo per i miei figli, ma anche per tutti gli altri bambini che manifestavano un bisogno analogo. Le immagini che presentiamo qui sono state approvate dai bambini di una scuola per l'infanzia progressista di questo paese.»

Una dichiarazione baldanzosa e un po' ingenua, quella che funge da prefazione a The First Picture Book: Everyday Things for Babies, un libro pubblicato negli Stati Uniti nel 1930 (ma più facilmente reperibile nella ristampa del 1991, con una postfazione di John Updike) da un'idea di Mary Steichen Martin Calderone. Il libro raccoglie una serie di immagini fotografiche, non accompagnate da testo, che ritraggono oggetti quotidiani. Il fotografo è Edward Steichen, padre di Mary, fondatore con Alfred Stieglitz della rivista Camera Work, grafico, curatore di musei e gallerista.




La struttura del libro non è dissimile da migliaia di altri: immagini di oggetti di uso quotidiano che il bambino riconosce e, con l'aiuto dell'adulto, nomina e, nominandole, le fa esistere. «È in questo,» aggiungeva Mary Steichen, «che sta il piacere che i bambini traggono dalle immagini: a loro piace riconoscere ciò che conoscono; per loro è un piccolo trionfo personale. Ed è anche un conforto e un godimento.»





Ma di libri di questo genere ne esistevano già a decine, stampati su carta o su stoffa, di grande e piccolo formato, illustrati con disegni degli stili più vari. Erano il materiale di base della nursery e della scuola materna, fin dai tempi dell'Orbis Pictus del Comenio. Ciò che rende questo libro speciale è il ricorso alla fotografia, associata a una specifica e ricercata qualità delle fotografie utilizzate. Sempre secondo Mary Steichen, «La maggior parte di queste illustrazioni sono inadeguate e, troppo spesso, sono colorate dal punto di vista dell'artista e sulla base di una sua interpretazione personale, che presentano un'immagine falsificata dell'oggetto. Per questo abbiamo fatto ricorso alla fotografia.»



Le foto di Steichen si sono perfettamente adeguate allo scopo e, a distanza di ottant'anni, in queste immagini possiamo leggere una anticipazione della tendenza, poi pienamente espressa dall'arte pop di Andy WarholRoy Lichtenstein e Ed Ruscha, di considerare il quotidiano come arte in sé.



È interessante notare come Mary Steichen, medico e promotore della causa dell'educazione sessuale e della pianificazione delle nascite negli Stati Uniti degli anni Trenta, rifiutasse completamente l'approccio fantastico all'illustrazione destinata ai bambini, considerando, al contrario, la realtà «di primaria importanza nei primi tre anni di vita del bambino.»



L'idea portante di questo libro, ancora oggi disponibile in libreria, era integrare le immagini e le parole in forma di discorso: «parlare al bambino delle cose che conosce, connesse fra loro in base ai connotati della sua esperienza e in termini che gli siano familiari.» L'obiettivo era educare il bambino alla consapevolezza della realtà, in modo che fosse un bambino migliore e conquistasse, da adulto, una maggiore sicurezza.



La fotografia non ha mai conquistato un posto stabile nella produzione di albi illustrati per bambini e ragazzi. Forse possiamo attribuire la sporadicità del suo utilizzo proprio alla difficoltà di realizzare immagini neutre o, come scrive Mary Steichen, "oggettive": «Il fotografo [cioè il padre dell'autrice, ndr] ha eliminato nella misura del possibile ogni fuorviante gioco di luci e ombre, presentando ogni oggetto più “oggettivamente" possibile, in modo che nessun "effetto" possa confondere il bambino.» Questa oggettività, così evidente delle foto di Edward Steichen, riesce a trasformare gli oggetti in archetipi, a dar loro validità universale a prescindere dai connotati che caratterizzano lo specifico oggetto fotografato.




Forse da questo libro potrebbe partire una riflessione intorno alla tendenza, molto contemporanea, di offrire ai bambini più piccoli immagini graficamente sintetiche, caratterizzate da estrema asciuttezza di forme e brillantezza dei colori, realizzate quasi esclusivamente con strumenti di grafica vettoriale. Forse quella che oggi sembra l’unica strada percorribile per abituare i bambini molto piccoli a leggere e riconoscere le immagini senza scivolare nel didascalico, non è poi così unica. Forse ci sono altri approcci estetici e altri strumenti da sperimentare.





A proposito di libri fotografici per la prima infanzia, questo pezzo era pronto da qualche giorno, in attesa di essere pubblicato quando è uscito questo breve articolo di Mara Pace su La Stampa.

Tutte le citazioni virgolettate sono tratte dalla prefazione di Mary Steichen all'edizione del 1930 del libro.