mercoledì 22 maggio 2013
martedì 21 maggio 2013
Incontrare l'Altrove
Uno dei pochi titoli del nostro catalogo acquistato all'estero, da Editions MeMo, è Dans moi ovvero Dentro me: testo di Alex Cousseau, illustrazioni di Kitty Crowther (che quando ha realizzato questo libro non aveva ancora vinto l'Astrid Lindgren Memorial Award).
Kitty Crowther ha due registri narrativi, uno, per i più piccoli, giocoso, tenerissimo, lieve e umoristico; l'altro, pensoso, filosofico, intenso, a volte malinconico. I due libri che abbiamo pubblicato della Crowther appartengono a quest'ultimo filone (il secondo è L'omino e Dio). Perché questa scelta? Da una parte per una ragione pragmatica: i libri appartenenti al primo filone, editi da Pastel, di Ecole de loisir, sono appannaggio di Babalibri; dall'altra, perché abbiamo avvertito alcuni libri del secondo filone come irrinunciabili, benché certamente difficili per il mercato italiano, anche quello più evoluto. Infatti, nemmeno il premio ALMA attribuito a Kitty è servito a far conoscere questa autrice, nel nostro paese, come meriterebbe.
Che Dentro me fosse “un osso”, ce ne siamo accorti subito, al salone di Montreuil, quando lo abbiamo sfogliato per la prima volta. Perciò, una volta deciso di pubblicarlo, ci siamo armati di pazienza, pensando che ci sarebbe voluto tempo perché fosse accolto e compreso.
Leggendo Incanto e racconto nel labirinto delle figure. Albi illustrati e relazione educativa, di Marnie Campagnaro e Marco Dallari, abbiamo pensato che la nostra fiducia è stata premiata e che il tempo e l'attesa hanno portato frutti. Perché, nel volume, il saggio di Marnie Campagnaro, La potenzialità delle immagini. Educazione visiva ed emozionale attraverso gli albi illustrati, dedica una lunga e accurata riflessione a Dentro me e alla ricezione e percezione da parte dei bambini a cui è stato sottoposto. Sapevo che Marnie aveva utilizzato questo libro all'interno di una sperimentazione avviata nelle scuole di Padova: lei stessa me ne aveva parlato, informandomi con sorpresa e commozione dei risultati ottenuti. E mi aveva fatto particolarmente piacere che Marnie mi avesse confessato di aver avuto molti dubbi, all'inizio su questo libro e sull'opportunità di proporlo. Naturalmente la ricerca e lo studio di Marnie, finalizzati a testare e proporre gli albi illustrati nelle scuole, suggerendo titoli e modi di utilizzo, non riguardano solo Dentro me: numerosi sono i libri analizzati e valutati come imprescindibili, perché ricchi di potenzialità nella relazione educativa con i bambini e i ragazzi. E ci sembra che questo saggio, fra quelli usciti negli ultimi anni sul tema del libro illustrato, abbia il merito di fissare l'attenzione sull'albo come strumento necessario e fecondo di risultati in ambito scolastico ed educativo, dotato di qualità uniche nell'attivare preziose risorse emotive, cognitive e immaginative.
Tornando alla parte del volume dedicata a Dentro me, vi riporto il brano di apertura e quello di chiusura, del saggio citato di Marnie Campagnaro, oltre a una trascrizione delle reazioni dei bambini dopo una delle letture realizzate in classe. Credo sia il modo migliore per suggerire la tonalità di questo saggio così interessante.
Percorsi di fruizione dell’albo illustrato. Dentro me: un’esperienza di lettura a scuola
Leggere ad alta voce a scuola è un’esperienza arricchente per i bambini. E anche per l’insegnante. Il dialogo intorno a una trama e alle vicissitudini dei personaggi apre a nuovi spazi di reciproca conoscenza e di confronto, rilanciando per gli insegnanti la scommessa educativa di formatori a tutto tondo delle giovani generazioni.
Come evidenziato, vi è, tuttavia, una certa resistenza da parte dell’adulto a offrire ai bambini una determinata tipologia di albi illustrati. Il più delle volte, come abbiamo avuto modo di analizzare nei paragrafi precedenti, queste resistenze si riscontrano nei confronti di quegli albi che, proprio per l’invenzione narrativa proposta, il dipanarsi della trama, i temi significativi affrontati, l’articolazione semantica della narrazione iconica, dischiudono orizzonti di senso, spazi di cooperazione interpretativa con il testo, e riservano al lettore le maggiori gratificazioni letterarie, estetiche ed educative.
Talvolta sono tacciati di essere albi inadatti, inadeguati, poco comprensibili, troppo complessi, non sufficientemente fruibili e apprezzabili da parte dei bambini e, quindi, velocemente allontanati con un giudizio sommario, negativo e iniquo.
Che tali valutazioni siano spesso frutto di pregiudizi, che nulla hanno a che vedere con le fruttuose modalità di interazione e con la feconda capacità di risposta che i bambini, invece, hanno dato prova di saper porre in essere durante la lettura dialogica, è l’esito di un’esperienza di ricerca sul campo condotta nel 2010 dal Gruppo di Ricerca sulla Letteratura per l’Infanzia GRILLI dell’Università di Padova, diretto da Donatella Lombello Soffiato.
La scelta dell’opera, che ha introdotto i bambini in un successivo e articolato percorso di lettura e analisi di fiabe illustrate, è caduta sull’intricata e intrigante proposta editoriale di Alex Cousseau e Kitty Crowther intitolata Dentro me, pubblicata da Topipittori nel 2007. L’albo è stato volutamente prescelto per la complessità della trama narrativa e per l’audacia semantica delle scelte iconografiche. Precisiamo, sin da subito, che, durante la presentazione della proposta di lettura e la discussione dell’opera con i bambini, testo e immagini hanno sollevato non poche resistenze fra un considerevole numero di insegnanti e genitori: trasparivano evidenti perplessità sulla validità e l’appropriatezza di una siffatta proposta per un pubblico di lettori così giovane (6, 8 e 10 anni). [...]
Note etnografiche del 22 febbraio 2010
Le note sono state raccolte da Alessandra Carraro, ricercatrice ed etnografa del Dipartimento FISPPA dell’Università di Padova durante la ricerca osservativa e sono state confrontate con le videoregistrazioni realizzate da Marnie Campagnaro. I nomi degli allievi sono di fantasia.
Classe quinta – Scuola primaria
[La ricercatrice legge il finale: «Dentro me, sono io che decido.» ndr]
La storia finisce.
Bambini: «Bello!».
Ricercatrice: «Che storia è?».
Bambini: «Divertente. Strana, stranissima».
Ricercatrice: «Cosa ci vuole raccontare?».
Giordano: «Sei tu a comandare il tuo corpo. E non gli altri».
Clio: «Noi non possiamo sempre immaginare che dentro di noi c’è quello che vogliamo avere, potrebbe esserci anche qualcun altro».
Ricercatrice: «Quando ci potrebbe essere un altrove dentro me?».
Bambini: «Cioè?».
Ricercatrice: «Quando possiamo fare un viaggio di questo tipo… dentro me?».
Gastone: «Quando sei morto».
Bambini: «Nooooo».
Duccio: «Ma dai, Gastone!».
Beniamino: «Quando sogni».
Duccio: «Quando sei solo».
Beniamino: «Ah… nella fantasia».
L’insegnante ritorna dentro la biblioteca e si siede.
I bambini si girano a guardarlo.
Duccio: «Quando ti fanno male».
[...] Alla luce delle esperienze emozionali, cognitive e relazionali che la lettura dell’albo ha sollecitato nei bambini, possiamo ritenere Dentro me un’opera adatta ai bambini della scuola primaria, e di quali classi?
Nella letteratura fantastica c’è una figura che riassume in sé tutte le paure infantili più ancestrali: l’orco, figura connessa all’esperienza della paura e della codificazione del mostruoso. Nel corso del Novecento, la letteratura per l’infanzia è stata testimone del progressivo «indebolimento della figura dell’orco», giunto sin quasi alla «sua scomparsa» (Cambi, 2002, p. 17).
Questa metamorfosi ha profondamente modificato l’assetto della fiaba moderna, tanto da indurre lo studioso fiorentino a parlare di passaggio epocale, dalla paura alla rassicurazione:
Dal punto di vista socio-culturale non è più la paura che regola i rapporti tra gli uomini, bensì l’accordo, la collaborazione, il mutuo riconoscimento; così anche le Figure di Paura tendono a uscire di scena o a cambiare di segno. (Cambi, 2002, p. 19)
Detto ciò, tuttavia, è evidente quanto i bambini abbiano ancora la necessità di confrontarsi con questo sentimento oscuro e ancestrale di ansia, intrecciato alla curiosità, riconducibile al «timore del babau» (Santucci, 1994, p. 34) e personificato dall’uomo nero, dal lupo o dall’orco:
Il male assoluto, nella coscienza del bambino, non è ancora la morte o la malattia o il peccato. È paura, e paura di un ratto: [da intendersi anche come paura dell’uomo nero, del lupo, dell’orco, nda] d’essere trasportato in un luogo dove non c’è la mamma o dove questa non può fare nulla a suo favore. Questa zona infera della psiche infantile è appunto l’orcale. (Santucci, 1994, p. 35)
[...] L’albo di Cousseau e della Crowther ha due grandi meriti. Il primo è quello di avere riproposto, in chiave moderna e con una narrazione carica di drammaticità, la figura dell’orco inteso come intricato viatico per l’incontro del bambino con la sfera dell’immaginario, dell’inconscio, con i lati più ombrosi e complessi dell’interiorità umana. Nel ripristinare l’incontro del bambino con l’«altrove», con il mostruoso nelle sue molteplici sfaccettature — e qui sta il secondo merito —, la narrazione iconico-verbale si carica di potenza catartica (si veda la figura 21): la storia riafferma il ruolo attivo e imprescindibile del bambino nell’autodeterminare la propria vita, anche quella interiore: egli può imparare a convivere con le ombre del proprio immaginario, e quindi a dominarle.
Non è possibile offrire risposte univoche e interpretazioni esaurienti su un tema così affascinante e complesso. Ciò che qui preme testimoniare, tuttavia, è la capacità di questo albo illustrato, grazie all’unicità del suo testo e delle sue illustrazioni, di suscitare nei bambini echi evocativi che inducono a una successiva ricerca di senso. Ed è proprio in questo rimando a un’ulteriorità di senso che l’opera si caratterizza per l’altissimo valore letterario ed estetico.
Concludo questo post con alcuni passi tratti dall'intervento di Marco Dallari, che apre il volume: Raccontare come pratica di cura. Dal concetto di intenzionalità a quello di cura. Brani che, in relazione alla lettura e in particolare a quella dell'albo, mettono a fuoco concetti fondamentali con estrema chiarezza e attraverso un'analisi illuminante.
Una delle pratiche in cui, con maggior evidenza e intensità, la cura evidenzia il suo potenziale di intensità affettiva coniugato con gli aspetti portatori di emancipazione, autonomia e incremento delle risorse cognitive, è quella in cui un adulto racconta una storia a un bambino. [...] Al tempo stesso, dunque, la pratica di cura e il vissuto gratificante e rassicurante legato a essa si mettono al servizio di un processo di emancipazione culturale e cognitiva, poiché trasferiscono progressivamente sul piano simbolico (le parole, le immagini, le posture corporee, le declinazioni fonetiche consolidate anche dalla cultura d’appartenenza) l’originaria relazione fondata sulla soddisfazione di esigenze primarie. Mentre il vissuto rassicurante di cura (protezione, esclusività, gratificazione affettiva) permane nella relazione narrativa, essa avvia dunque importanti e insostituibili processi di emancipazione.
[...] Dal punto di vista cognitivo, l’associazione di discorso e figura aiuta il narratario (ma anche il narratore) a disimparare a riconoscere, come dice Jean-François Lyotard (Lyotard, 2008), accogliendo la suggestione di tutta l’arte contemporanea, per cui non esiste un modo giusto (e unico) di rappresentare visivamente qualcosa, ma esistono, per ogni rappresentazione, infinite possibilità. La varietà di stili e strategie illustrative con cui fin da bambini sarebbe opportuno venire a contatto — a patto che gli adulti non orientino le loro scelte su testi visivi «semplici», che il più delle volte sembrano tali ma sono invece banali e stereotipati — dilata la consapevolezza interpretativa e metaforica con cui i bambini si accostano al mondo delle narrazioni. Ciò che a molti adulti appare una caratteristica di semplicità capace di rendere le immagini più adatte all’infanzia è invece, troppo spesso, conseguenza e cascame di quell’«estetica disneyana riduttiva, falsamente consolatoria, estremamente collegata al medium cinematografico e già capace, fin dall’origine, di anticipare il senso di quello televisivo» (Faeti, 1974, p. 9).
[...] Fra le funzioni del congegno narrativo c’è quella che Rodari definì contratto di finzione (Rodari, 1997), che i bambini da uno a tre anni cominciano a elaborare in maniera più o meno soddisfacente (nei limiti consentiti dal loro livello evolutivo) soprattutto grazie alla ricezione di narrazioni fantastiche e fiabesche. Questa competenza corrisponde alla capacità di stabilire un accordo implicito fra narratore e narratario riguardo alla sospensione della dimensione spazio-temporale del «qui e ora». Questo congegno contrattuale è poi particolarmente utile, anche se apparentemente tale affermazione può sembrare un paradosso, per favorire la strutturazione del principio di realtà. Mentre contribuisce a creare la coscienza della distinzione fra la dimensione fantastica del pensiero e la capacità di riconoscere il reale come tale e interagire realisticamente con esso, aiuta a strutturare la capacità di portare nella realtà le suggestioni e le risorse dell’immaginario senza scivolare nelle trappole della superstizione.
(Ringraziamo gli autori per averci permesso di citare ampi brani dal volume).
Kitty Crowther ha due registri narrativi, uno, per i più piccoli, giocoso, tenerissimo, lieve e umoristico; l'altro, pensoso, filosofico, intenso, a volte malinconico. I due libri che abbiamo pubblicato della Crowther appartengono a quest'ultimo filone (il secondo è L'omino e Dio). Perché questa scelta? Da una parte per una ragione pragmatica: i libri appartenenti al primo filone, editi da Pastel, di Ecole de loisir, sono appannaggio di Babalibri; dall'altra, perché abbiamo avvertito alcuni libri del secondo filone come irrinunciabili, benché certamente difficili per il mercato italiano, anche quello più evoluto. Infatti, nemmeno il premio ALMA attribuito a Kitty è servito a far conoscere questa autrice, nel nostro paese, come meriterebbe.
Che Dentro me fosse “un osso”, ce ne siamo accorti subito, al salone di Montreuil, quando lo abbiamo sfogliato per la prima volta. Perciò, una volta deciso di pubblicarlo, ci siamo armati di pazienza, pensando che ci sarebbe voluto tempo perché fosse accolto e compreso.
Leggendo Incanto e racconto nel labirinto delle figure. Albi illustrati e relazione educativa, di Marnie Campagnaro e Marco Dallari, abbiamo pensato che la nostra fiducia è stata premiata e che il tempo e l'attesa hanno portato frutti. Perché, nel volume, il saggio di Marnie Campagnaro, La potenzialità delle immagini. Educazione visiva ed emozionale attraverso gli albi illustrati, dedica una lunga e accurata riflessione a Dentro me e alla ricezione e percezione da parte dei bambini a cui è stato sottoposto. Sapevo che Marnie aveva utilizzato questo libro all'interno di una sperimentazione avviata nelle scuole di Padova: lei stessa me ne aveva parlato, informandomi con sorpresa e commozione dei risultati ottenuti. E mi aveva fatto particolarmente piacere che Marnie mi avesse confessato di aver avuto molti dubbi, all'inizio su questo libro e sull'opportunità di proporlo. Naturalmente la ricerca e lo studio di Marnie, finalizzati a testare e proporre gli albi illustrati nelle scuole, suggerendo titoli e modi di utilizzo, non riguardano solo Dentro me: numerosi sono i libri analizzati e valutati come imprescindibili, perché ricchi di potenzialità nella relazione educativa con i bambini e i ragazzi. E ci sembra che questo saggio, fra quelli usciti negli ultimi anni sul tema del libro illustrato, abbia il merito di fissare l'attenzione sull'albo come strumento necessario e fecondo di risultati in ambito scolastico ed educativo, dotato di qualità uniche nell'attivare preziose risorse emotive, cognitive e immaginative.
Percorsi di fruizione dell’albo illustrato. Dentro me: un’esperienza di lettura a scuola Leggere ad alta voce a scuola è un’esperienza arricchente per i bambini. E anche per l’insegnante. Il dialogo intorno a una trama e alle vicissitudini dei personaggi apre a nuovi spazi di reciproca conoscenza e di confronto, rilanciando per gli insegnanti la scommessa educativa di formatori a tutto tondo delle giovani generazioni.
Come evidenziato, vi è, tuttavia, una certa resistenza da parte dell’adulto a offrire ai bambini una determinata tipologia di albi illustrati. Il più delle volte, come abbiamo avuto modo di analizzare nei paragrafi precedenti, queste resistenze si riscontrano nei confronti di quegli albi che, proprio per l’invenzione narrativa proposta, il dipanarsi della trama, i temi significativi affrontati, l’articolazione semantica della narrazione iconica, dischiudono orizzonti di senso, spazi di cooperazione interpretativa con il testo, e riservano al lettore le maggiori gratificazioni letterarie, estetiche ed educative.
Talvolta sono tacciati di essere albi inadatti, inadeguati, poco comprensibili, troppo complessi, non sufficientemente fruibili e apprezzabili da parte dei bambini e, quindi, velocemente allontanati con un giudizio sommario, negativo e iniquo.
Che tali valutazioni siano spesso frutto di pregiudizi, che nulla hanno a che vedere con le fruttuose modalità di interazione e con la feconda capacità di risposta che i bambini, invece, hanno dato prova di saper porre in essere durante la lettura dialogica, è l’esito di un’esperienza di ricerca sul campo condotta nel 2010 dal Gruppo di Ricerca sulla Letteratura per l’Infanzia GRILLI dell’Università di Padova, diretto da Donatella Lombello Soffiato.
La scelta dell’opera, che ha introdotto i bambini in un successivo e articolato percorso di lettura e analisi di fiabe illustrate, è caduta sull’intricata e intrigante proposta editoriale di Alex Cousseau e Kitty Crowther intitolata Dentro me, pubblicata da Topipittori nel 2007. L’albo è stato volutamente prescelto per la complessità della trama narrativa e per l’audacia semantica delle scelte iconografiche. Precisiamo, sin da subito, che, durante la presentazione della proposta di lettura e la discussione dell’opera con i bambini, testo e immagini hanno sollevato non poche resistenze fra un considerevole numero di insegnanti e genitori: trasparivano evidenti perplessità sulla validità e l’appropriatezza di una siffatta proposta per un pubblico di lettori così giovane (6, 8 e 10 anni). [...]
Le note sono state raccolte da Alessandra Carraro, ricercatrice ed etnografa del Dipartimento FISPPA dell’Università di Padova durante la ricerca osservativa e sono state confrontate con le videoregistrazioni realizzate da Marnie Campagnaro. I nomi degli allievi sono di fantasia.
Classe quinta – Scuola primaria
[La ricercatrice legge il finale: «Dentro me, sono io che decido.» ndr]
La storia finisce.
Bambini: «Bello!».
Ricercatrice: «Che storia è?».
Bambini: «Divertente. Strana, stranissima».
Ricercatrice: «Cosa ci vuole raccontare?».
Giordano: «Sei tu a comandare il tuo corpo. E non gli altri».
Clio: «Noi non possiamo sempre immaginare che dentro di noi c’è quello che vogliamo avere, potrebbe esserci anche qualcun altro».
Ricercatrice: «Quando ci potrebbe essere un altrove dentro me?».
Bambini: «Cioè?».
Ricercatrice: «Quando possiamo fare un viaggio di questo tipo… dentro me?».
Gastone: «Quando sei morto».
Bambini: «Nooooo».
Duccio: «Ma dai, Gastone!».
Beniamino: «Quando sogni».
Duccio: «Quando sei solo».
Beniamino: «Ah… nella fantasia».
L’insegnante ritorna dentro la biblioteca e si siede.
I bambini si girano a guardarlo.
Duccio: «Quando ti fanno male».
[...] Alla luce delle esperienze emozionali, cognitive e relazionali che la lettura dell’albo ha sollecitato nei bambini, possiamo ritenere Dentro me un’opera adatta ai bambini della scuola primaria, e di quali classi?
Nella letteratura fantastica c’è una figura che riassume in sé tutte le paure infantili più ancestrali: l’orco, figura connessa all’esperienza della paura e della codificazione del mostruoso. Nel corso del Novecento, la letteratura per l’infanzia è stata testimone del progressivo «indebolimento della figura dell’orco», giunto sin quasi alla «sua scomparsa» (Cambi, 2002, p. 17).
Questa metamorfosi ha profondamente modificato l’assetto della fiaba moderna, tanto da indurre lo studioso fiorentino a parlare di passaggio epocale, dalla paura alla rassicurazione:
Dal punto di vista socio-culturale non è più la paura che regola i rapporti tra gli uomini, bensì l’accordo, la collaborazione, il mutuo riconoscimento; così anche le Figure di Paura tendono a uscire di scena o a cambiare di segno. (Cambi, 2002, p. 19)
Detto ciò, tuttavia, è evidente quanto i bambini abbiano ancora la necessità di confrontarsi con questo sentimento oscuro e ancestrale di ansia, intrecciato alla curiosità, riconducibile al «timore del babau» (Santucci, 1994, p. 34) e personificato dall’uomo nero, dal lupo o dall’orco:
Il male assoluto, nella coscienza del bambino, non è ancora la morte o la malattia o il peccato. È paura, e paura di un ratto: [da intendersi anche come paura dell’uomo nero, del lupo, dell’orco, nda] d’essere trasportato in un luogo dove non c’è la mamma o dove questa non può fare nulla a suo favore. Questa zona infera della psiche infantile è appunto l’orcale. (Santucci, 1994, p. 35)
[...] L’albo di Cousseau e della Crowther ha due grandi meriti. Il primo è quello di avere riproposto, in chiave moderna e con una narrazione carica di drammaticità, la figura dell’orco inteso come intricato viatico per l’incontro del bambino con la sfera dell’immaginario, dell’inconscio, con i lati più ombrosi e complessi dell’interiorità umana. Nel ripristinare l’incontro del bambino con l’«altrove», con il mostruoso nelle sue molteplici sfaccettature — e qui sta il secondo merito —, la narrazione iconico-verbale si carica di potenza catartica (si veda la figura 21): la storia riafferma il ruolo attivo e imprescindibile del bambino nell’autodeterminare la propria vita, anche quella interiore: egli può imparare a convivere con le ombre del proprio immaginario, e quindi a dominarle.
Non è possibile offrire risposte univoche e interpretazioni esaurienti su un tema così affascinante e complesso. Ciò che qui preme testimoniare, tuttavia, è la capacità di questo albo illustrato, grazie all’unicità del suo testo e delle sue illustrazioni, di suscitare nei bambini echi evocativi che inducono a una successiva ricerca di senso. Ed è proprio in questo rimando a un’ulteriorità di senso che l’opera si caratterizza per l’altissimo valore letterario ed estetico.
Concludo questo post con alcuni passi tratti dall'intervento di Marco Dallari, che apre il volume: Raccontare come pratica di cura. Dal concetto di intenzionalità a quello di cura. Brani che, in relazione alla lettura e in particolare a quella dell'albo, mettono a fuoco concetti fondamentali con estrema chiarezza e attraverso un'analisi illuminante.
Una delle pratiche in cui, con maggior evidenza e intensità, la cura evidenzia il suo potenziale di intensità affettiva coniugato con gli aspetti portatori di emancipazione, autonomia e incremento delle risorse cognitive, è quella in cui un adulto racconta una storia a un bambino. [...] Al tempo stesso, dunque, la pratica di cura e il vissuto gratificante e rassicurante legato a essa si mettono al servizio di un processo di emancipazione culturale e cognitiva, poiché trasferiscono progressivamente sul piano simbolico (le parole, le immagini, le posture corporee, le declinazioni fonetiche consolidate anche dalla cultura d’appartenenza) l’originaria relazione fondata sulla soddisfazione di esigenze primarie. Mentre il vissuto rassicurante di cura (protezione, esclusività, gratificazione affettiva) permane nella relazione narrativa, essa avvia dunque importanti e insostituibili processi di emancipazione.
[...] Fra le funzioni del congegno narrativo c’è quella che Rodari definì contratto di finzione (Rodari, 1997), che i bambini da uno a tre anni cominciano a elaborare in maniera più o meno soddisfacente (nei limiti consentiti dal loro livello evolutivo) soprattutto grazie alla ricezione di narrazioni fantastiche e fiabesche. Questa competenza corrisponde alla capacità di stabilire un accordo implicito fra narratore e narratario riguardo alla sospensione della dimensione spazio-temporale del «qui e ora». Questo congegno contrattuale è poi particolarmente utile, anche se apparentemente tale affermazione può sembrare un paradosso, per favorire la strutturazione del principio di realtà. Mentre contribuisce a creare la coscienza della distinzione fra la dimensione fantastica del pensiero e la capacità di riconoscere il reale come tale e interagire realisticamente con esso, aiuta a strutturare la capacità di portare nella realtà le suggestioni e le risorse dell’immaginario senza scivolare nelle trappole della superstizione.
(Ringraziamo gli autori per averci permesso di citare ampi brani dal volume).
lunedì 20 maggio 2013
Per un eroe che cammina cammina
Tesoro
Ma dove siete, tesori nascosti
Frughi nei punti e scavi nei posti
Sfidi giganti e draghi custodi
Spezzi catene con spine e con nodi
Mentre ti danni in cerca dell’oro
Spendi i tuoi anni, quest’altro tesoro
Vivi viaggiando, cammini e cammini
Sei arrivato agli estremi confini
Non l’hai trovato, ma fatti coraggio
Ora il tesoro è il tuo viaggio
Offrire ai bambini la possibilità di camminare fra poesie e immagini, musica, forma e colore, invitarli a oltrepassare la dimensione del libro per giocare, ascoltare, guardare, percorrere, riflettere, con le mamme e/o i papà, con le maestre e i compagni, con gli amici, o in solitaria attenzione e disposizione. Dare al libro tre dimensioni, farlo diventare casa, bosco, orco, tesoro, castello: dilatarlo a una misura nuova, farlo scena di un teatro in cui il bambino scopre e si muove, farlo viaggio, occasione di incontro di personaggi, situazioni e occasioni fiabesche: ecco la ragione per cui la mostra Alfabeto delle fiabe è stata pensata e realizzata così come oggi la si vede e come la fotografa Daniela Zedda (che ringraziamo, insieme a tutti coloro che hanno partecipato alla realizzazione di questo progetto) testimonia in questo video.
Il più recente approdo della mostra dedicata ad Alfabeto delle fiabe, progettata da Stefano Baldassarre intorno al libro di Bruno Tognolini e Antonella Abbatiello, patrocinato dalle Biblioteche di Roma, è stata la splendida Sala Cervi di Palazzo Pio, a Carpi, per iniziativa di Il castello dei ragazzi, dove è stata ospitata dal 2 febbraio al 28 aprile.
La mostra, inserita nelle iniziative legate a IllustrArte Giovani, facenti parte del
progetto Giovani Creativi, realizzato nell’ambito di Creatività
Giovanile, promosso e sostenuto dal Dipartimento della Gioventù della
Presidenza del Consiglio dei Ministri e dall’Anci, Associazione
Nazionale Comuni Italiani, è stata accompagnata, fra le altre cose, da un ciclo di
incontri e workshop con l'obiettivo di favorire un
confronto fra un giovanissimi aspiranti illustratori, studenti
di istituti d’arte, e il mondo dell’editoria.Gli organizzatori ci hanno da poco passato alcuni dati interessanti: 3690 sono stati i visitatori nelle giornate di apertura (sabati, domeniche e festivi); a cui si aggiungono 41 classi per un totale di 942 studenti. Per un totale 4632 presenze. Senza dubbio si tratta di un ottimo risultato.
A nostro avviso, la riuscita del progetto è legata alla creazione di un percorso visivo e poetico di grande intensità, ricchezza e spessore, particolarmente favorevole alle attività ludico didattiche dedicate alla lettura e al gioco, alla fiaba e alle narrazioni, alla parola e all'immagine.
La mostra di Alfabeto delle fiabe che per sua natura è avventurosa, è pronta a nuovi approdi, viaggi, bambini. Chi, istituzioni, biblioteche, scuole, musei, volesse adottarla, qui trova i contatti e tutte le informazioni relative a essa.
Via
Stretta è la foglia, lunga è la via
Fate la vostra che faccio la mia
Lunga lunghissima sia la mia strada
Dovunque porti, dovunque vada
Meta lontana, strada vicina
Per un eroe che cammina cammina
Passano i posti, passano i giorni
Stretta è la foglia, tu parti e ritorni
Lunga è la via dove torni e riparti
Ora non puoi più fermarti
venerdì 17 maggio 2013
Venti caratteruzzi sopra una carta
[di Andrea Liserre]
Fin da bambino, ho avuto una grande passione per il disegno e le "belle lettere" e queste due passioni mi hanno portato al progetto dell'Associazione Calligrafica Italiana di cui oggi scrivo.
La calligrafia nelle scuole non si insegna più, circa dal 1970, e questo ha causato un grave vuoto sia nella formazione degli alunni sia in quella degli insegnanti delle scuole primarie. Mentre in altri stati si continua a dare importanza a questa pratica, in Italia le cose vanno via via peggiorando.
I dirigenti scolastici hanno sempre meno risorse a disposizione per finanziare interventi di questo tipo, e il Ministero della Pubblica Istruzione, anziché cambiare rotta, continua a tagliare su fondi già tra i più bassi d'Europa. Sempre più, si sta diffondendo il pensiero che il corsivo, o più in generale la scrittura manuale, siano desuete, in quanto, ormai, per scrivere, ci sono la tastiera del computer o il touch screen dei telefonini di ultima generazione. Niente di più sbagliato.
Ed è preoccupante leggere articoli su giornali o sul web che predicano l'abolizione dell'insegnamento del corsivo per dare sempre più spazio alle nuove tecnologie. Quindi, oltre alla guerra alla "didattica delle fotocopie", se si continuerà in questa direzione, dovremo fare anche quella all'inflazione di tablet e pc fra i banchi delle prime classi.
Attenzione: la nostra non è una battaglia contro l'informatica, che riteniamo comunque fondamentale nel percorso formativo dei bambini che crescono nel nostro tempo, ma ciò non deve avvenire a discapito dello sviluppo delle capacità grafo-motorie dei bambini. Ultimamente si segnalano numerosissimi casi di disgrafia e disortografia, fenomeno che secondo alcuni studi realizzati in merito, è riconducibile all'abbandono dell'insegnamento del corsivo.
Il modello che Associazione Calligrafica Italiana propone, nasce dallo studio di specifici aspetti legati alla scrittura. È frutto di una collaborazione tra calligrafi e docenti esperti, ma soprattutto del grande impegno dell'ideatrice e curatrice del progetto, Anna Ronchi, che lo ha curato in ogni aspetto. Dal ductus per la formazione di ogni singola lettera, alle legature tra esse, fino ad arrivare a nuove forme per il maiuscolo, senza trascurare i problemi legati alla prensione, agli strumenti, alla postura. Si inizia a scrivere molto prima di posare la penna sulla carta: si inizia con la pulizia del banco, con la scelta della rigatura del quaderno e con l'impugnatura della penna.
E che tipo di penna? La classica biro? La matita? La penna cancellabile?
Ecco, proprio su quest'ultima tipologia di penne avremmo molto da dire. L'argomento è molto vasto.
Imparare a scrivere bene è come imparare a suonare uno strumento musicale: ci sono regole da rispettare. Non si può pretendere che i bambini siano ordinati e puliti nella scrittura, se non si danno loro strumenti corretti. Il 13 gennaio scorso, in un articolo apparso sul Corriere della Sera, Guido Ceronetti affermava che "imparare a scrivere una elegante d curvata è meglio di un superbo videogioco d'abbruttimento", esortando a tornare all'insegnamento della scrittura nella scuola e a bandire gli strumenti tecnologici dalle prime classi.
Condividiamo il suo pensiero e siamo convinti che col tempo riusciremo a portare la giusta attenzione sull'argomento della calligrafia a scuola, e vi ringraziamo per averci dato la possibilità di far conoscere il nostro lavoro attraverso il vostro blog che si impegna a far conoscere le cose fatte ad arte, non stereotipate, pensate a lungo e mosse dalla passione e dallo studio, proprio come la pratica della calligrafia, che necessita di impegno, esercizio e ricerca.
Crediamo che una società per poter progredire debba puntare sulle nuove generazioni perché rappresentano il futuro, e la scuola in tutto questo ha il ruolo più importante per formare cervelli liberi e pensanti.
L' ACI (Associazione Calligrafica Italiana), con sede a Milano, nasce nel 1991, dall'idea di un gruppo di calligrafi con l'obiettivo di diffondere l'arte della calligrafia in Italia. Dopo i notevoli sforzi iniziali, - internet non era ancora sviluppato e i contatti si creavano con mezzi tradizionali -, l'attività ha preso piede ed è cresciuto in modo esponenziale l'interesse nei confronti di questo mondo.
I corsi di Maiuscole Romane, Onciale, Gotico Textur e Fraktur, Foundational, Umanistica, Corsivo Inglese, Cancelleresca e tanti altri tipi di scrittura che si sono susseguiti durante i duemila anni della nostra storia, erano, e sono, rivolti a un pubblico adulto, a grafici ed esperti nell'ambito della comunicazione, a semplici appassionati o ad aspiranti calligrafi che vogliono imparare questa disciplina.
Non ce ne rendiamo conto, ma nella pubblicità, nei marchi di note aziende, nei loghi di importanti società, la calligrafia è presente. Basta leggere i curriculum vitae di alcuni maestri come Anna Ronchi, Francesca Biasetton, Luca Barcellona, James Clough per farsi un'idea di quanto versatile, nel secondo decennio del Duemila, sia il lavoro di un calligrafo.
Uscita dalle abbazie (dove molti pensano che io viva quando parlo del mio lavoro), la calligrafia invece è tra gli scaffali del supermercato, tra le scritte dei biscotti o tra le pagine di pubblicità di un giornale. Per esempio, Luca Barcellona recentemente ha curato la campagna pubblicitaria di MedioBanca, apparsa su quasi tutti i quotidiani nazionali, e ha lavorato con numerosi brand pubblicitari del panorama internazionale, come Dolce & Gabbana, Nike, Adidas e ha curato anche le scritte di titoli di coda di film (es. Io sono l'Amore). Questo per suggerire quanto sia importante lo studio della calligrafia e del lettering nel mondo della comunicazione.
L'interesse verso la scuola risale, invece, a tre anni fa, quando, dopo aver riflettuto sullo stato della scrittura tra i banchi, si è sentita la necessità di intervenire con laboratori studiati ad hoc. Qualche approccio anche in passato c'era stato, ma era rimasto pressoché inascoltato l'appello a reintrodurre l'insegnamento della scrittura nelle prime classi. Ora invece, convinti della bontà di quanto proponiamo, stiamo cercando con più tenacia di farci ascoltare dalle istituzioni, bussando alle stanze di ricevimento dei dirigenti, parlando con insegnanti e genitori sensibili all'argomento e cercando il più possibile di far capire l'importanza della scrittura.
Quello che proponiamo è un laboratorio di almeno 20 ore rivolto principalmente ai bambini di prima e seconda, da svolgere in classe con l'affiancamento del docente di italiano, con almeno due incontri a settimana. Si inizia, prima, con gli esercizi di prensione e postura, riabilitazione alla motricità fine delle dita e della mano attraverso specifici esercizi da realizzare insieme, e solo dopo a scrivere. Le lettere sono state suddivise in gruppi, per analogia di movimenti, e dopo averle presentate alla lavagna si passa a scriverle prima con il dito in una vaschetta contente sabbia, per capire e memorizzare il movimento corretto, quindi si passa alla matita sul foglio. Questo si fa con tutto l'alfabeto, sia minuscolo sia maiuscolo.
Personalmente, ho già tenuto laboratori in due scuole elementari, in Calabria, con tutte le classi, dalla prima alla quinta, ottenenendo notevoli margini di miglioramento con numerosi bambini che hanno vissuto questa esperienza con entusiasmo.
La stessa cosa accade con adulti e ragazzi che si rendono conto di avere una grafia brutta o in alcuni casi illegibile, e chiedono di partecipare ai corsi per apprendere un modello calligrafico tale da permettere loro di scrivere in maniera chiara ed esteticamente più soddisfacente. Il metodo di insegnamento è un po' diverso, ma il principio base di rieducazione alla scrittura manuale è lo stesso.
Qui e qui trovate il programma di alcuni corsi che Anna Ronchi organizza nella sede di Milano, uno rivolto ai bambini, l'altro agli adulti. Nel sito dell'associazione, trovate il programma dei corsi in tutta Italia.
Calligrafia è dedicare tempo alla lentezza del gesto di tracciare una lettera, è pensare e riflettere non solo su quello che si scrive, ma anche su come si scrive. È riacquistare il piacere di scrivere un biglietto di auguri, una lettera a una persona cara, ma anche un semplice post-it da attaccare al frigo o semplicemente la lista della spesa. Ma con un approccio diverso, più consapevole, ricercato.
E se davvero "La bellezza salverà il mondo" come diceva Dostoevskij, noi, nel nostro piccolo, proponiamo di cercarla attraverso la scrittura di 26 caratteri.
Lo spiega con esattezza Galileo Galilei:
Ma sopra tutte le invenzioni stupende
quale eminenza di mente fu quella
di colui che s'immaginò di trovar modo
di comunicare i suoi più reconditi
pensieri a qualsivoglia altra persona
benché distante per lunghissimo
intervallo di luogo e di tempo?
Parlare con quelli che sono nell'Indie,
parlare a quelli che non sono
ancora nati né saranno se non
di qua a mille e diecimila anni?
Con qual facilità?
Con i vari accozzamenti di venti
caratteruzzi sopra una carta.
(ringraziamo la Associazione Calligrafica Italiana per averci permesso l'uso delle immagini del proprio archivio fotografico, che consigliamo ai lettori di guardare).
![]() |
| La magia del pennello, workshop con Tom Kemp. |
Fin da bambino, ho avuto una grande passione per il disegno e le "belle lettere" e queste due passioni mi hanno portato al progetto dell'Associazione Calligrafica Italiana di cui oggi scrivo.
La calligrafia nelle scuole non si insegna più, circa dal 1970, e questo ha causato un grave vuoto sia nella formazione degli alunni sia in quella degli insegnanti delle scuole primarie. Mentre in altri stati si continua a dare importanza a questa pratica, in Italia le cose vanno via via peggiorando.
I dirigenti scolastici hanno sempre meno risorse a disposizione per finanziare interventi di questo tipo, e il Ministero della Pubblica Istruzione, anziché cambiare rotta, continua a tagliare su fondi già tra i più bassi d'Europa. Sempre più, si sta diffondendo il pensiero che il corsivo, o più in generale la scrittura manuale, siano desuete, in quanto, ormai, per scrivere, ci sono la tastiera del computer o il touch screen dei telefonini di ultima generazione. Niente di più sbagliato.
![]() |
| Lettering a mano libera, esempi di Pierre Tardif. |
![]() |
| Lettering a mano libera, corso con Pierre Tardif. |
Ed è preoccupante leggere articoli su giornali o sul web che predicano l'abolizione dell'insegnamento del corsivo per dare sempre più spazio alle nuove tecnologie. Quindi, oltre alla guerra alla "didattica delle fotocopie", se si continuerà in questa direzione, dovremo fare anche quella all'inflazione di tablet e pc fra i banchi delle prime classi.
Attenzione: la nostra non è una battaglia contro l'informatica, che riteniamo comunque fondamentale nel percorso formativo dei bambini che crescono nel nostro tempo, ma ciò non deve avvenire a discapito dello sviluppo delle capacità grafo-motorie dei bambini. Ultimamente si segnalano numerosissimi casi di disgrafia e disortografia, fenomeno che secondo alcuni studi realizzati in merito, è riconducibile all'abbandono dell'insegnamento del corsivo.
![]() |
| Spencerian, corso con Barbara Calzolari. |
![]() |
| Spencerian, corso con Barbara Calzolari. |
Il modello che Associazione Calligrafica Italiana propone, nasce dallo studio di specifici aspetti legati alla scrittura. È frutto di una collaborazione tra calligrafi e docenti esperti, ma soprattutto del grande impegno dell'ideatrice e curatrice del progetto, Anna Ronchi, che lo ha curato in ogni aspetto. Dal ductus per la formazione di ogni singola lettera, alle legature tra esse, fino ad arrivare a nuove forme per il maiuscolo, senza trascurare i problemi legati alla prensione, agli strumenti, alla postura. Si inizia a scrivere molto prima di posare la penna sulla carta: si inizia con la pulizia del banco, con la scelta della rigatura del quaderno e con l'impugnatura della penna.
E che tipo di penna? La classica biro? La matita? La penna cancellabile?
Ecco, proprio su quest'ultima tipologia di penne avremmo molto da dire. L'argomento è molto vasto.
![]() |
| Inizio a fare calligrafia, workshop con Francesca Biasetton. |
![]() |
| Textur, workshop con Luca Barcellona. |
Imparare a scrivere bene è come imparare a suonare uno strumento musicale: ci sono regole da rispettare. Non si può pretendere che i bambini siano ordinati e puliti nella scrittura, se non si danno loro strumenti corretti. Il 13 gennaio scorso, in un articolo apparso sul Corriere della Sera, Guido Ceronetti affermava che "imparare a scrivere una elegante d curvata è meglio di un superbo videogioco d'abbruttimento", esortando a tornare all'insegnamento della scrittura nella scuola e a bandire gli strumenti tecnologici dalle prime classi.
![]() |
| Legature semplici, corso con Cristina Balbiano D'Aramengo. |
Condividiamo il suo pensiero e siamo convinti che col tempo riusciremo a portare la giusta attenzione sull'argomento della calligrafia a scuola, e vi ringraziamo per averci dato la possibilità di far conoscere il nostro lavoro attraverso il vostro blog che si impegna a far conoscere le cose fatte ad arte, non stereotipate, pensate a lungo e mosse dalla passione e dallo studio, proprio come la pratica della calligrafia, che necessita di impegno, esercizio e ricerca.
Crediamo che una società per poter progredire debba puntare sulle nuove generazioni perché rappresentano il futuro, e la scuola in tutto questo ha il ruolo più importante per formare cervelli liberi e pensanti.
![]() |
| Legature semplici, corso con Cristina Balbiano D'Aramengo. |
![]() |
| Spencerian, corso con Barbara Calzolari. |
L' ACI (Associazione Calligrafica Italiana), con sede a Milano, nasce nel 1991, dall'idea di un gruppo di calligrafi con l'obiettivo di diffondere l'arte della calligrafia in Italia. Dopo i notevoli sforzi iniziali, - internet non era ancora sviluppato e i contatti si creavano con mezzi tradizionali -, l'attività ha preso piede ed è cresciuto in modo esponenziale l'interesse nei confronti di questo mondo.
I corsi di Maiuscole Romane, Onciale, Gotico Textur e Fraktur, Foundational, Umanistica, Corsivo Inglese, Cancelleresca e tanti altri tipi di scrittura che si sono susseguiti durante i duemila anni della nostra storia, erano, e sono, rivolti a un pubblico adulto, a grafici ed esperti nell'ambito della comunicazione, a semplici appassionati o ad aspiranti calligrafi che vogliono imparare questa disciplina.
![]() |
| Textur, workshop con Luca Barcellona. |
![]() |
| La scrittura cancelleresca, corso con Francesca Biasetton |
Non ce ne rendiamo conto, ma nella pubblicità, nei marchi di note aziende, nei loghi di importanti società, la calligrafia è presente. Basta leggere i curriculum vitae di alcuni maestri come Anna Ronchi, Francesca Biasetton, Luca Barcellona, James Clough per farsi un'idea di quanto versatile, nel secondo decennio del Duemila, sia il lavoro di un calligrafo.
Uscita dalle abbazie (dove molti pensano che io viva quando parlo del mio lavoro), la calligrafia invece è tra gli scaffali del supermercato, tra le scritte dei biscotti o tra le pagine di pubblicità di un giornale. Per esempio, Luca Barcellona recentemente ha curato la campagna pubblicitaria di MedioBanca, apparsa su quasi tutti i quotidiani nazionali, e ha lavorato con numerosi brand pubblicitari del panorama internazionale, come Dolce & Gabbana, Nike, Adidas e ha curato anche le scritte di titoli di coda di film (es. Io sono l'Amore). Questo per suggerire quanto sia importante lo studio della calligrafia e del lettering nel mondo della comunicazione.
![]() |
| Pierre Tardif, variazioni sulla lettera S. |
![]() |
| Lettering a mano libera, corso con Pierre Tardif. |
L'interesse verso la scuola risale, invece, a tre anni fa, quando, dopo aver riflettuto sullo stato della scrittura tra i banchi, si è sentita la necessità di intervenire con laboratori studiati ad hoc. Qualche approccio anche in passato c'era stato, ma era rimasto pressoché inascoltato l'appello a reintrodurre l'insegnamento della scrittura nelle prime classi. Ora invece, convinti della bontà di quanto proponiamo, stiamo cercando con più tenacia di farci ascoltare dalle istituzioni, bussando alle stanze di ricevimento dei dirigenti, parlando con insegnanti e genitori sensibili all'argomento e cercando il più possibile di far capire l'importanza della scrittura.
![]() |
| Alla ricerca del nuovo, workshop con Thomas Ingmire. |
Quello che proponiamo è un laboratorio di almeno 20 ore rivolto principalmente ai bambini di prima e seconda, da svolgere in classe con l'affiancamento del docente di italiano, con almeno due incontri a settimana. Si inizia, prima, con gli esercizi di prensione e postura, riabilitazione alla motricità fine delle dita e della mano attraverso specifici esercizi da realizzare insieme, e solo dopo a scrivere. Le lettere sono state suddivise in gruppi, per analogia di movimenti, e dopo averle presentate alla lavagna si passa a scriverle prima con il dito in una vaschetta contente sabbia, per capire e memorizzare il movimento corretto, quindi si passa alla matita sul foglio. Questo si fa con tutto l'alfabeto, sia minuscolo sia maiuscolo.
![]() |
| La scrittura cancelleresca. Gli svolazzi, workshop con Anna Ronchi. |
Personalmente, ho già tenuto laboratori in due scuole elementari, in Calabria, con tutte le classi, dalla prima alla quinta, ottenenendo notevoli margini di miglioramento con numerosi bambini che hanno vissuto questa esperienza con entusiasmo.
![]() |
| Textur, corso con Luca Barcellona. |
![]() |
| Inizio a fare calligrafia, corso con Francesca Biasetton. |
La stessa cosa accade con adulti e ragazzi che si rendono conto di avere una grafia brutta o in alcuni casi illegibile, e chiedono di partecipare ai corsi per apprendere un modello calligrafico tale da permettere loro di scrivere in maniera chiara ed esteticamente più soddisfacente. Il metodo di insegnamento è un po' diverso, ma il principio base di rieducazione alla scrittura manuale è lo stesso.
Qui e qui trovate il programma di alcuni corsi che Anna Ronchi organizza nella sede di Milano, uno rivolto ai bambini, l'altro agli adulti. Nel sito dell'associazione, trovate il programma dei corsi in tutta Italia.
![]() |
| Alla ricerca del nuovo, corso con Thomas Ingmire. |
![]() |
| Alla ricerca del nuovo, corso con Thomas Ingmire. |
Calligrafia è dedicare tempo alla lentezza del gesto di tracciare una lettera, è pensare e riflettere non solo su quello che si scrive, ma anche su come si scrive. È riacquistare il piacere di scrivere un biglietto di auguri, una lettera a una persona cara, ma anche un semplice post-it da attaccare al frigo o semplicemente la lista della spesa. Ma con un approccio diverso, più consapevole, ricercato.
E se davvero "La bellezza salverà il mondo" come diceva Dostoevskij, noi, nel nostro piccolo, proponiamo di cercarla attraverso la scrittura di 26 caratteri.
![]() |
| La scrittura cancelleresca. Gli svolazzi, corso con Anna Ronchi. |
Ma sopra tutte le invenzioni stupende
quale eminenza di mente fu quella
di colui che s'immaginò di trovar modo
di comunicare i suoi più reconditi
pensieri a qualsivoglia altra persona
benché distante per lunghissimo
intervallo di luogo e di tempo?
Parlare con quelli che sono nell'Indie,
parlare a quelli che non sono
ancora nati né saranno se non
di qua a mille e diecimila anni?
Con qual facilità?
Con i vari accozzamenti di venti
caratteruzzi sopra una carta.
(ringraziamo la Associazione Calligrafica Italiana per averci permesso l'uso delle immagini del proprio archivio fotografico, che consigliamo ai lettori di guardare).
giovedì 16 maggio 2013
Premiata Compagnia Piumini
Da piccoli, avevamo formato una compagnia, e facevamo il teatro dei burattini. Inventavamo storie di principi e principesse, personaggi cattivi e buoni. Le battute erano improvvisate: bastava sapere la trama del racconto, e poi inventavamo. Quando qualcuno improvvisava una battuta buffa, veniva da ridere anche a noi che muovevamo gli altri burattini.
Io cantavo spesso, perché ero molto intonata (da grande, mi dissero che avevo la voce da mezzosoprano).
Carla e Roberto davano voci diverse ai personaggi. Soprattutto mio fratello sapeva imitare i nostri compagni e i grandi, nel modo di parlare e muoversi, e noi gli chiedevamo sempre, anche fuori dal teatro, di fare quelle imitazioni.
Non ricordo a quale età, alle Elementari, le maestre preparararono uno spettacolo teatrale che ebbe grande successo, e un elogio sui giornali della Valcamonica.
Io ero la protagonista, Serenella, una bambina trovata da piccola da due vecchi che l’avevano allevata con amore, ed era, in realtà, la figlia del re.
Lo spettacolo era in tre atti, e io portavo vari vestiti colorati, tutti fatti da mia madre. In una scena ero diventata principessa, ma molto triste, e fra le ballerine che danzavano per rallegrarmi c’era anche mia sorella Carla, piccolina.
Alla fine cantavo una canzone dolcissima, che diceva:
Gira arcolaio,
gira arcolaio,
gira e dipana
la buona lana.
La voce che avete appena ascoltato è quella di Marirosa, da Tre fratelli Piumini, la nostra ultima novità per la primavera 2013. Tre fratelli Piumini è l'autobiografia d'infanzia di Roberto Piumini (che non ha bisogno di presentazioni) e delle sue sorelle, Carla e Marirosa: il primo romanzo a tre voci della collana Gli anni in tasca. Il perché di questa scelta, lo si afferra dal brano che avete appena letto, che testimonia di una vocazione alla narrazione e all'invenzione. Da piccoli, essere fratelli, proprio come avviene in certe fiabe in cui tre fratelli si mettono in viaggio, combattono orchi, sfidano la sorte, conquistano regni, cercano doni meravigliosi, si perdono nei boschi, è una avventura in sé, una dimensione magica, una cospirazione segreta, a metà fra società di mutuo soccorso e associazione a delinquere.
E se la memoria legata all'infanzia è in larga misura memoria di famiglia, la memoria di famiglia è una memoria composita, fatta di più voci, di tonalità e timbro diversi, capaci di fare di un medesimo evento una partitura complessa.
Interessante, allora, è cogliere come ogni episodio, frantumandosi in tre voci, tre sguardi diversi, si dilati a una dimensione più ampia, sovraimpersonale, compiuta. Oppure osservare i modi in cui la memoria si appropria del passato e lo restituisce sotto forma di racconto: come, al cinema, guardando la medesima scena girata da tre registi diversi, da tre punti di vista diversi e con tre sceneggiature diverse. In questo senso, penso che questo libro sia particolarmente interessante per chi, coi bambini e ragazzi, si accinga a parlare di racconti e di memoria.
Il racconto dei tre fratelli Piumini, titolo che sembra uscito da una raccolta dei Fratelli Grimm, si dipana nell'arco di anni, fra le atmosfere nordiche della Valcamonica e quelle distese e assolate dell'appennino tosco-emiliano, fra eventi piccoli e grandi, ripercorsi con cura e attenzione nel rispetto profondo e affettuoso dei segni, delle tracce, lasciate nella storia personale e di famiglia.
Molta parte, in questa narrazione, hanno le case in cui i tre fratelli hanno abitato: talmente forti nella loro presenza da imprimere alle parole e alle frasi una concretezza da materiali da costruzione: mattoni, malta, sassi, travi... La storia dei tre fratelli Piumini costruisce una bella casa ampia, arieggiata, silenziosa e insieme risonante di voci e rumori; d'inverno, profumata di neve e freddo, d'estate deliziosamente spalancata all'odore buono dei temporali e dei prati sotto il sole. (gz)
Io cantavo spesso, perché ero molto intonata (da grande, mi dissero che avevo la voce da mezzosoprano).
Carla e Roberto davano voci diverse ai personaggi. Soprattutto mio fratello sapeva imitare i nostri compagni e i grandi, nel modo di parlare e muoversi, e noi gli chiedevamo sempre, anche fuori dal teatro, di fare quelle imitazioni.
Non ricordo a quale età, alle Elementari, le maestre preparararono uno spettacolo teatrale che ebbe grande successo, e un elogio sui giornali della Valcamonica.
Io ero la protagonista, Serenella, una bambina trovata da piccola da due vecchi che l’avevano allevata con amore, ed era, in realtà, la figlia del re.
Lo spettacolo era in tre atti, e io portavo vari vestiti colorati, tutti fatti da mia madre. In una scena ero diventata principessa, ma molto triste, e fra le ballerine che danzavano per rallegrarmi c’era anche mia sorella Carla, piccolina.
Alla fine cantavo una canzone dolcissima, che diceva:
Gira arcolaio,
gira arcolaio,
gira e dipana
la buona lana.
La voce che avete appena ascoltato è quella di Marirosa, da Tre fratelli Piumini, la nostra ultima novità per la primavera 2013. Tre fratelli Piumini è l'autobiografia d'infanzia di Roberto Piumini (che non ha bisogno di presentazioni) e delle sue sorelle, Carla e Marirosa: il primo romanzo a tre voci della collana Gli anni in tasca. Il perché di questa scelta, lo si afferra dal brano che avete appena letto, che testimonia di una vocazione alla narrazione e all'invenzione. Da piccoli, essere fratelli, proprio come avviene in certe fiabe in cui tre fratelli si mettono in viaggio, combattono orchi, sfidano la sorte, conquistano regni, cercano doni meravigliosi, si perdono nei boschi, è una avventura in sé, una dimensione magica, una cospirazione segreta, a metà fra società di mutuo soccorso e associazione a delinquere.
E se la memoria legata all'infanzia è in larga misura memoria di famiglia, la memoria di famiglia è una memoria composita, fatta di più voci, di tonalità e timbro diversi, capaci di fare di un medesimo evento una partitura complessa.
Interessante, allora, è cogliere come ogni episodio, frantumandosi in tre voci, tre sguardi diversi, si dilati a una dimensione più ampia, sovraimpersonale, compiuta. Oppure osservare i modi in cui la memoria si appropria del passato e lo restituisce sotto forma di racconto: come, al cinema, guardando la medesima scena girata da tre registi diversi, da tre punti di vista diversi e con tre sceneggiature diverse. In questo senso, penso che questo libro sia particolarmente interessante per chi, coi bambini e ragazzi, si accinga a parlare di racconti e di memoria.
Il racconto dei tre fratelli Piumini, titolo che sembra uscito da una raccolta dei Fratelli Grimm, si dipana nell'arco di anni, fra le atmosfere nordiche della Valcamonica e quelle distese e assolate dell'appennino tosco-emiliano, fra eventi piccoli e grandi, ripercorsi con cura e attenzione nel rispetto profondo e affettuoso dei segni, delle tracce, lasciate nella storia personale e di famiglia.
Molta parte, in questa narrazione, hanno le case in cui i tre fratelli hanno abitato: talmente forti nella loro presenza da imprimere alle parole e alle frasi una concretezza da materiali da costruzione: mattoni, malta, sassi, travi... La storia dei tre fratelli Piumini costruisce una bella casa ampia, arieggiata, silenziosa e insieme risonante di voci e rumori; d'inverno, profumata di neve e freddo, d'estate deliziosamente spalancata all'odore buono dei temporali e dei prati sotto il sole. (gz)
mercoledì 15 maggio 2013
I libri e la politica
Con questo breve testo, nelle settimane precedenti all'evento, abbiamo invitato la popolazione a esprimere, certamente in modo non consueto, le proprie idee sulla città in cui vive.
Cose che non vedo dalla mia finestra… e vorrei vedere! Un laboratorio creativo: immagini, segni, idee per rappresentare i nostri desideri.
Cosa vorremmo davvero vedere dalla nostra finestra?
Un’insolita raccolta di consigli, spunti e sentieri per i futuri amministratori della città.
Una proposta per adulti e ragazzi, per mettere a confronto bisogni diversi, ma ugualmente importanti, una proposta artistica e divertente per provare a “dire” la propria opinione con creatività, colori e un po’ di fantasia. Prendiamo a prestito l’idea da un libro per provare a rappresentare e rappresentarci, luoghi e persone insieme per la città che vorremmo guardare e vedere!
Il libro: Cose che non vedo dalla mia finestra, Giovanna Zoboli e Guido Scarabattolo, Topipittori, 2012.
Venerdì 10 maggio, ore 20,00 circa.
Abbiamo appena finito di ritirare, raccogliere frammenti di carta colorata, forbici, colla, pennarelli e immagini di ogni tipo. Qualcuno sta riportando sedie e tavoli al Bar Elettra che cortesemente ci ha accolti nella parte di piazza Pichi di cui dispone. Due ore sono volate.
Mi guardo intorno e vedo facce soddisfatte: l’esperimento, perché di questo si trattava, ha funzionato. Un laboratorio creativo per adulti in piazza. I bambini, due, sono arrivati solo alla fine e senza troppi problemi, ovviamente, sono stati veloci, chiari e incisivi nel realizzare il loro quadro-desiderio di città.
Quadro-desiderio di città ovvero Cosa non vedo dalla mia finestra e vorrei vedere: un’idea molto creativa e inconsueta per dire ai futuri sindaci e amministratori quello che vorremmo, quel che manca e non funziona.
Un’idea che il libro dei Topipittori ci ha spinto a provare, inducendoci soprattutto a formulare una domanda: davvero quello che non vedo non potrà essere mai?
Abbiamo sfogliato, guardato e riguardato il libro tante volte, potevamo sicuramente “adattare” alcune illustrazioni ai nostri desideri. Invece no: abbiamo voluto provare e provarci artisticamente - per qualcuno un passo davvero difficile -, e realizzare da noi le nostre figure.
La scuola civica, nata dall’iiniziativa di alcune donne, alcune già passate dall’esperienza di amministratori comunali, altre mosse dal desiderio di cambiamenti e di partecipazione, in questi anni con un gruppo, non troppo numeroso, lavora a Iglesias per creare movimento di pensieri e idee, attraverso incontri, dibattiti, film, orti urbani, presentazioni di libri ed esperienze lontane e vicine. Non è facile, ma è appassionante e anche divertente, e soprattutto ci permette uno sguardo costante e attento non solo sul nostro territorio, ma anche al di là del mare e oltre.
L’esperienza creativa che abbiamo proposto è stata la prima di questo tipo, ma già ieri sera, salutandoci, ci siamo detti che fare con le mani e non solo con le parole ci è piaciuto molto, i risultati sono quelli che vedete a corredo di questo articolo, e di cui siamo soddisfatti.
Per sapere come andrà a finire, se avremo un’amministrazione illuminata e attenta ai bisogni veri, e cittadini solerti e acuti osservatori di quanto accade intorno a loro, bisognerà attendere la fine di maggio. Noi, per portarci avanti, continuiamo a guardare dalla finestra.
Post scriptum
Ho conosciuto Vittoria Negro, una delle colonne del Festival Tuttestorie di Cagliari, nell'autunno dello scorso anno. Insieme abbiamo tenuto un laboratorio proprio sul libro Cose che non vedo sulla mia finestra. Un bellissimo incontro, con una interazione intensa e vispa con i numerosi ragazzi e bambini presenti: domande, ipotesi, riflessioni, pensieri a non finire. Tanto che abbiamo fatto fatica a mandarli via, a laboratorio finito. Entrambe eravamo sorprese, e ce lo siamo dette, dalla qualità del pensiero, di questi ragazzi.
In quell'occasione, spiegai a Vittoria che, sulle prime, questo albo (i pregiudizi, anche personali, sono duri a morire...) mi aveva posto non pochi dubbi.
Mi ero chiesta se i ragazzi sarebbero stati interessati, se avrebbero saputo leggerlo, divertendosi, entrando nel suo meccanismo, certamente né immediato né semplice.
Insieme a me c'era Carla Ghisalberti, che ha letto il libro, mentre sullo schermo scorrevano le immagini. I ragazzi guardavano e ascoltavano, impenetrabili. Davvero impossibile capire cosa pensassero. Alla fine, silenzio di tomba. Carla, allora, chiede: Che ne pensate di questo libro? Un ragazzo accucciato contro la parete, cappellino a visiera tirato sugli occhi, mugugna: Figo. Accanto a lui, un compagno, praticamente un clone, gli fa eco: Figo. Li guardo e penso che non avrei mai sospettato di avere due lettori così. Giusto per dire, i luoghi comuni. Carla insiste: Va bene, figo, ma perché vi è piaciuto? Altro silenzio. Il ragazzo che ha parlato per primo, rimugugna: Perché è un libro che parla di cose vere. Rimango basita. A proposito di questo libro ho letto di tutto - il surreale, il non sense, il fantastico, la dimensione onirica e quella metafisica, l'umorismo rarefatto, l'ironia e l'astrazione eccetera - tutte cose sacrosante, ma nessuno ha mai detto: è un libro che parla di cose vere.
Invece, il ragazzino, capisco subito, ha ragione: questo è un libro che parla di cose vere. Lo sapevo anch'io, scrivendolo. A cominciare da quelle che non si vedono dalla propria finestra e invece si vorrebbero vedere. Fare politica con i libri, con la letteratura, illustrata e non, forse, allora, significa solo questo: leggere i libri, rifletterci su e utilizzarli per il modo che hanno diverso di dire e guardare, in contesti in cui della realtà si parla poco e alla quale si guarda ancor meno. Senza ridurre la politica a una rosa di temi ripetitivi e riconoscibili, ma considerandola in tutta la sua estensione, di cosa che riguarda la vita di tutti, collettiva e individuale. Grazie ai ragazzini e alle scuole di politica, che lo capiscono.
Iscriviti a:
Post (Atom)






















































