lunedì 28 luglio 2014

La felicità di piantare alberi

Tavola di Frédéric Back per L'uomo che piantava gli alberi.
Oggi 28 luglio, giorno in cui, cento anni fa, l'Impero austro-ungarico dichiarò guerra al Regno di Serbia, si ricorda l'inizio della prima guerra mondiale: 50 milioni di morti, senza valutare le conseguenze catastrofiche: 50 mila persone morte di fame nella sola Germania, le basi gettate per il secondo conflitto mondiale, con la tremenda crisi economica, la nascita dei nazionalismi e dei regimi totalitari. Oggi, vogliamo ricordare questo evento così, con due storie gemelle, una solo immaginata, l'altra accaduta davvero. Ci sono venute in mente si può dire per caso, perché nelle ultime settimane entrambi questi filmati hanno circolato in rete, in mezzo a quelli delle immagini dei bombardamenti di Gaza, e l'accostamento ci ha fatto pensare.

Nel 1987, Frédéric Back ha realizzato L'uomo che piantava gli alberi, bellissima animazione, vincitrice di un Premio Oscar come miglior cortometraggio d'animazione, dal racconto omonimo di Jean Giono, nella versione italiana letto da Toni Servillo (in quella francese da Phlippe Noiret). Protagonista del racconto, il pastore Elzéard Bouffier che, da solo, con pazienza, e mentre in Europa infuriano guerre devastanti, riesce a compiere una impresa incredibile: riportare alla vita un territorio malato e inaridito, disertato dalla vita.

Quercia, schizzo di di Frédéric Back, 1942.

Qualche giorno fa, in rete girava il documentario Forest Man, dedicato a un uomo di nazionalità indiana protagonista di una vicenda identica a quella narrata da Giono. Ma se Elzéard Bouffier, protagonista di Giono, è una creatura immaginaria, Jadav Molai Payeng è un uomo in carne e ossa che ha compiuto davvero quello che accade nella storia di Giono e di Back.

Nel 1979, dopo che alcune violente inondazioni devastarono l'isola di Majuli nel fiume Brahmaputra, nella regione indiana dell'Assam, Jadav Molai Payeng cominciò a piantare alberi per cercare di rimediare all'ecatombe di uomini, piante e animali. In trent'anni, ha seminato 1360 acri di quella che oggi è chiamata Molai Forest, popolata da una fauna ricchissima, dichiarata parco nazionale e nominata dall'Unesco patrimonio dell'umanità.

Jadav Molai Payeng.

Nel suo romanzo, Giono insiste sulla solitudine e la felicità che nascono dal gesto di Elzéard; nel documentario realizzato nel 2013 dal regista William Douglas McMaster, Molai afferma di avere rinunciato a tutto e di essere l'uomo più felice della terra.

Scrive Giono nel suo racconto: "Se si teneva a mente che era tutto scaturito dalle mani e dall'anima di quell'uomo, senza mezzi tecnici, si comprendeva come gli uomini potrebbero essere altrettanto efficaci di Dio in altri campi oltre alla distruzione."

In questo mese, in cui davvero in ogni momento della giornata ci si è chiesti quale follia distruttiva domini la mente umana, questa riflessione di Giono va tenuta bene a mente, soprattutto riflettendo su ciò che Jadav Molai Payeng, isolato e con le sue sole forze, ha fatto.
Anche questo può essere un modo di parlare di guerra e di di pace, con bambini e ragazzi.

Vi proponiamo in visione entrambe le storie.





venerdì 25 luglio 2014

Le ali alle libellule le faccio con l'organza

[Una sera abbiamo incontrato Giusi Quarenghi e al collo aveva una collana bellissima, che è quella che vedete qui accanto. Una collana di libri. Per la precisione, i suoi. Le abbiamo chiesto: "Ma chi l'ha fatta?" "Angela Caremi" ci ha risposto lei. Secondo voi, potevamo non chiedere a Giusi Quarenghi di chiedere ad Angela di raccontarci di questa sua arte fra bibliofila, sartoriale e orafa? No, che non potevamo. E, dunque, ecco: le ringraziamo entrambe. E se volete verificare il grado di perfezione delle copertine riprodotte da Angela Caremi, qui trovate i libri di Giusi Quarenghi: I tre porcellini, Io sono il cielo che nevica azzurro, E sulle case il cielo.]


Cucio da quando ero bambina, ma non facevo vestiti da bambola, non ho mai avuto una bambola.
Disegnavo con ago e filo.
Le stoffe, consapevoli di questo, sono entrate nella mia vita sconvolgendola: hanno riempito la camera da letto, la cucina, il salotto - ops! io non ho un salotto -, il bagno, la credenza, il freezer per combattere le tarme, il cassettone, lo scaffale, la cassapanca; hanno spodestato libri, piatti, creme di bellezza, lavatrici, sedie.
Ebbene, di loro conosco tutto: le trame, gli orditi, ne conosco gli odori. Potrei riconoscere un tessuto dall'odore; l'odore delle loro piante: quello del cotone è lieve, si sente appena appena e sa di confetto, quello del lino è un profumo; conoscete i fiorellini azzurri della pianta di lino? Ecco, immaginatelo. Di erba, di erba dico, sa la canapa, forte robusta: ti spacca le dita quando la cuci. E la lana, quella vera, sa di caprone, non si può confondere.



Alcune, invece, hanno un buon odore di muffettina mista a cipria, buon segno! Arrivano da solai o cantine. Sono le più vecchie, scolorite, stropicciate, rammendate, vecchie e superbe! Loro lo sanno di essere le mie preferite.
Ma quelle sintetiche sentono di profumo triste, perché loro non hanno come mamma una pianta o una pecora e sono troppo giovani per essere state in solaio... né confetto né erba né cipria!
Io non faccio niente. Loro, sotto i miei occhi si trasformano, diventano libri, libri di entomologia, libri di poesia, di racconti, libri di botanica, libro per dormire in collina, Libro sulla libertà di non farsi mai la doccia, sui Pensieri diversi… e poi teatrini, teatrini burattino con i fili, teatrini mosci, teatrini libro, teatrino dei pesci, ma anche orti per la coltivazione delle stoffe, per la coltivazione dell'alfabeto, orto per coltivare i pensieri.



E le collane? Collana con maiali per la Quarenghi, collana per la Maga Circe, collana Topo topo senza scopo dopo te cosa vien dopo?, per la Maria Lai, per la Bourgeois, collana con una Preguntas di Neruda, un' altra collana per la Giusi Quarenghi con la riproduzione dei suoi libri, collana bosco con 150 alberi, collana con incendio a casa di B., e di certo non può mancare la collana con la con le stoffe del Diavolo (Pastoureau).
E in fine molti, tanti papillons per il Signor Giorgio Lucini.
Le ali alle libellule le faccio con l'organza.


lunedì 21 luglio 2014

Racconti a pedali

Mentre Nibali furoreggia nel Tour de France e tutti ci prepariamo a partire per le vacanze, mi scopro a pensare che, quest'anno, lascerò a casa la petite reine, la piccola regina: la mia bicicletta. Per fortuna, ci saranno i libri a colmare il vuoto.

Tutta discesa di Marina Girardi è uno dei miei fumetti preferiti. Racconta un viaggio in bicicletta di una coppia di ciclisti, Marina e il suo fidanzato, da Pieve del Pino, in provincia di Bologna, a Pescara, un'estate di qualche anno fa. 

Tutta discesa è un fumetto, ma anche un romanzo di viaggio, una guida turistica, un manuale di sopravvivenza. Che voi lo leggiate o lo utilizziate per ripetere il percorso proposto, documentarvi sulle zone attraversate, leggere una magnifica storia o ammirare la classe di una narratrice di grande talento, lo troverete irresitstibile.

A me è piaciuto molto anche perché sono ciclista, uso la bicicletta sempre: in città, campagna, montagna, al mare, e a cavallo di una bici spesso ho viaggiato. Quindi so bene di cosa sta parlando Marina.


Viaggiare in bici è un'esperienza particolare: oltre a farti fare una fatica bestia, è bellissimo, ed è questa la ragione per cui vale la pena di fare la fatica bestia. Sei sempre in mezzo alla strada, e stare lì in mezzo a tutto quello che la strada offre - paesaggi, panorami, fatti, persone, case, villaggi, città, animali, fiumi, colline, piante, storie, valichi – è, semplicemente, meraviglioso. Sei lì, senza filtro, con le tue borse attaccate al portapacchi e al manubrio, in bilico fra nostalgico desiderio di certezze e comodità e sete d'avventura, scoperte, imprevisti. Il sellino è lo spartiacque: la bici non tradisce l'inquietudine dei desideri contrapposti, le sue ruote ci scorrono in mezzo a quel confine, mantenendo tutte le promesse. Bisogna solo decidere di partire e questo un po' di sventatezza o coraggio, come vogliate chiamare l'intraprendenza, lo richiede. 


Tutta discesa racconta ciò nel dettaglio: dalla decisione del viaggio e del suo percorso, alla fase di equipaggiamento, dalla partenza alle prime pedalate, dall'emozione della discesa al panico per rampe spaventose sotto il sole, dall'angoscia per la strada da percorrere prima di raggiungere la meta, alle variazioni di umore in accordo con atmosfere di luoghi e momenti. Perché viaggiando in bici puoi passare in una frazione di secondo dall'estasi di fronte allo splendore di un paesaggio al rancore sordo verso il tuo compagno di viaggio, per un battibecco su una direzione da prendere, quando ormai sei stremato dalla fatica. Ma soprattutto questo fumetto racconta la gioia infinita della strada e di ciò che questa offre: uno sconfinato numero di esperienze e incontri. 


È questo che Marina sa rendere in modo perfetto: il viaggio nelle sue pagine non è solo cosa dei due ciclisti, me esperienza e racconto corale. Tutti, on the road, fanno la loro parte di narratori: i protagonisti, ma anche persone, bestie e alberi, case e manieri, nuvole, laghi, monumenti, e personaggi che escono dal passato con le loro storie: voci magiche, inattese, impreviste, misteriose, minacciose o benedicenti. Caratteristica di questo libro è una narrazione che si scioglie allegramente in mille rivoli, senza timore di perdere il filo, di affrontare l'incertezza e il caos dell'esperienza in presa diretta, mettendo insieme, in miracoloso equilibrio ciclistico, complessità, ricchezza, divertimento, informazioni, riflessione, poesia. 


Marina Girardi riesce in questo compito perché, oltre che disegnatrice, fumettista, narratrice, cantante, è ciclista esperta: la bici per lei è quotidiano strumento di lavoro, perché sulla bici lei, in ogni stagione, gira per la sua città, Bologna, disegnando, raccontando, incontrando grandi e piccoli, vendendo le sue produzioni. Sulla sua vocazione al movimento la dice lunga anche il suo progetto Nomadisegni. In viaggio alla ricerca di storie nascoste dentro al paesaggio, realizzato insieme a Rocco Lombardi.



Tutta discesa mi ha fatto venire in mente le avventure di due impavidi ciclisti d'antan: Elisabeth Robins Pennell e Joseph Pennell, cittadini e coniugi americani di fine Ottocento.

Lei scrittrice e giornalista, lui artista e illustratore, entrambi pionieri dei viaggi in bici: furono i primi a viaggiare l'Italia su due ruote, o meglio su tre, visto che verso i primi di ottobre del 1884 partirono da Firenze su un triciclo a due posti, carichi di valigie e spinti da un incoercibile desiderio di avventure. La meta era Roma, raggiunta girovagando attraverso Toscana, Umbria e Lazio.

Lei scriveva, lui disegnava, facevano delle fatiche nere, e tutti gli amici cercavano di dissuaderli, pronosticando loro incidenti, aggressioni, malanni lungo i tratturi itaiani; ma provvisti di fermezza e buonumore, i due rimasero incrollabilmente saldi nei loro propositi, ottenendo un trionfale successo.


E vien da dire: ovviamente, visto che nessuno aveva mai visto in quelle antiche contrade qualcosa di vagamente simile ai due pazzi a pedali.
Oggi, noi possiamo godere dell'occhio acuto, della curiosità e ironia di questi due fenomeni grazie a due libri: L'Italia in velocipede (Sellerio 2002 ) e Le Alpi in bicicletta (Archinto 2002), viaggio quest'ultimo realizzato verso il 1896: dieci, dicasi dieci passi alpini in due settimane, a cavallo di due biciclette (Elisabeth fu la prima donna a compiere l'impresa).





















Leggendoli ci si rende conto subito di una cosa: nonostante i quasi 130 anni che separano Marina Girardi  e i Pernell, la vita dei ciclisti di ieri e di oggi si somiglia tremendamente. I ciclisti continuano a viaggiare, amando, odiando, facendo, disfacendo, pedalando sognando, sperando, guardando le cose in un modo straordinariamente simile, cosa che, infatti, fa di loro una comunità solidale e fraterna, nel tempo e nello spazio. Amano la strada, l'avventura, gli imprevisti, ma anche il buon cibo e il riposo, sono anticonformisti, curiosi, infaticabili, umili, fatalisti, allegri, ma anche facili all'arrabbiatura, soggetti ai cambiamenti di umore, preda della disperazione, così come dell'euforia più inconsulta.

Joseph Pennell, Passo del Gottardo.
Joseph Pennell, Tunnel e Galleria del Sempione.

Tutte doti che ritroviamo, puntuali, puntualissime in altri protagonisti di viaggi a pedali che per la nostra gioia sono diventati imperdibili libri. Uno per tutti Tre uomini in bicicletta (Feltrinelli 2002): storia di un viaggio in bici  da Trieste a Istanbul (che acquistai per regalarlo a Paolo, facendoglielo trovare sul cuscino la notte che rientrò da un'impresa ciclistica folle, da Milano a Riva Trigoso passando per Varzi, Zerba, Ottone, Barbagelata e Cicagna). Anche qui, uno scrittore, Paolo Rumiz, si accompagna a un fumettista, vignettista, Francesco Tullio Altan. E il terzo? Emilio Rigatti, insegnante, scrittore, cicloviaggiatore e redattore delle schede tecniche del libro.

Splendidamente scritto e ricco di informazioni, magnificamente illustrato dalle diaboliche strisce e vignette di Altan, questo libro è anche un'ottima guida di viaggio. Qui, il punto di vista, va detto, è decisamente maschile. Basti dire che nella prima pagina, per prima cosa trovate una puntuale descrizione delle tre biciclette. Siccome sono più di vent'anni che vado in bici, so per certo che gli uomini nutrono un culto feticistico per gli strumenti dei loro sport. Quindi se sono ciclisti, per le bici.



Quando viaggiavo con i nostri, peraltro adorabili, amici di Eurobike, ricordo serate interminabili a base di cambi, ruote, sellini, mozzi e altri ciappini del genere, intorno a tavole imbandite come per un banchetto medievale. A me bastava, in fondo, che i tubolari fossero gonfi, la sella mi facesse meno danni possibile e mi lasciassero la mia parte di bistecca. Va detto, tuttavia, che, mentre dieci anni fa rampavo verso la vetta del Mont Ventoux (che è quello dove Petrarca, salendo, ebbe la sua celebre crisi esistenziale e dove altri ci hanno lasciato non lo spirito, ma la pelle, come raccontano i cippi lungo la carreggiata), se non ci fossero stati gli angeli custodi di Eurobike a gettarmi fra le fauci tonnellate di merendine ipercaloriche (che io avevo lasciato a casa), ora non sarei qui a scrivere. Perciò, ciclisti, chiunque voi siate, anche fanatici e feticisti, io vi amo.


E, infine, come ciliegina sulla torta di questa carrellata di racconti a pedali, se i viaggi in bici amate più immaginarli che realizzarli, Le voyage de Jules et Julie, di Bruno Heitz (Mila Edition 2007), è quel che fa per voi (e per i vostri eventuali bambini): un libro attività delizioso dove al creativo lettore è affidato il compito di disegnare a tappe e fasi, tutta l'avventura di due giovanissimi pedalatori: dalle bici, all'attrezzatura, alle strade, ai cartelli segnaletici, ai paesaggi, ai contrattempi, ai picnic, alle mucche, ai campeggi, fino alla carte geografiche e alla cartoline, che consentiranno ai due protagonisti di realizzare il loro viaggio. Un libro ben fatto, molto divertente e intelligente, che fa imparare a viaggiare attraverso il disegno. E che fa imparare a disegnare attraverso il viaggio. Vi sembra poco?


venerdì 18 luglio 2014

Le magnifiche telepulcette

[di Elena Pasetti e Vinz Beschi]

Un gruppetto di simpatiche pulcette ha preso dimora per qualche settimana nello spazio accogliente del laboratorio di PInAC, Pinacoteca Internazionale dell'età evolutiva Aldo Cibaldi a Rezzato (BS).  Esattamente sei pulcette, tutte di pongo, costruite con cura e ricchezza di particolari dalle bimbe e dai bimbi di 5 anni della scuola dell'infanzia Don Minzoni di Rezzato.

Come è tradizione, da dodici anni la PInAC organizza il laboratorio Telepongo, un'esperienza di produzione di corti d'animazione promossa con entusiasmo da noi [Elena Pasetti direttrice PinAC e Vinz Beschi, responsabile artistico pennelli elettronici/Telepongo PInAC, n.d.r.] e curata da Vinz insieme a Irene Tedeschi, con l'aiuto di Sandra Cimaschi, che hanno portato l'esperienza trentennale di Avisco-Audiovisivo Scolastico nel campo del film d'animazione a scuola.


A dicembre 2013, avviene la programmazione didattica con le maestre Luigina Fappani e Neris Cavagna per un confronto sul contenuto del progetto d’animazione. Le competenti insegnanti propongono con convinzione la bella storia di Nel paese delle pulcette di Beatrice Alemagna. Ci piace subito e ci sembra molto adatta a essere rappresentata con la plastilina.


A gennaio 2014, per cinque mattine, i animatori e le giovanissime animatrici con il loro pulmino giallo raggiungono la sede di PinAC, pronti per affrontare il lungo percorso della produzione di un cartone animato.
Portano con sé i disegni realizzati a scuola: una serie di studi sui personaggi -  le pulcette -, gli sfondi e lo storyboard, il racconto delle Pulcette trasformato in una sequenza di disegni che diventeranno le scene del cartone.

Con una piccola sequenza in stop-motion realizzata in diretta a mo’ d’esempio, Vincenzo e Irene presentano il set d'animazione con le luci, la telecamera, il banco d'animazione, il computer, cioè gli  strumenti che saranno poi utilizzati dai bimbi per realizzare le animazioni.

A ognuno viene assegnato un compito: la costruzione di una pulcetta,  uno sfondo colorato,  alcuni oggetti delle scenografie. Tutto rigorosamente realizzato con il pongo colorato.

Preparati  i materiali - grande la fatica per ammorbidire i panetti di plastilina con le piccole mani curiose - iniziano le riprese in stop-motion.

A gruppetti di quattro, i piccoli si alternano al set d'animazione e con assoluta naturalezza danno vita alle pulcette: le sistemano sul banco d'animazione, all'interno dell'inquadratura che si può controllare sul monitor del computer e, movimento dopo movimento, in 12 piccoli spostamenti per secondo, clic dopo clic, registrano tutte le scene.

I piccoli animatori, nonostante la tenerissima età, mostrano capacità di concentrazione, pazienza e precisione. Rivelano un grande impegno, ripagato dalla magica visione delle loro pulcette che si muovono sullo schermo, saltando qua e là.
Poi durante la fase di registrazione dell'audio, i bambini danno la vove alle pulcette, altri la voce fuori campo che racconta la storia e altri ancora realizzano i rumori del paesaggio sonoro.


Il percorso di produzione si conclude - come deve essere per qualsiasi progetto audiovisivo - con una visone pubblica in una bella serata di maggio, aperta alle famiglie e ai cittadini curiosi, dove i piccoli autori emozionati presentano il loro corto d'animazione: curiosità, stupore, divertimento e grande successo con tanti applausi.





















Fare un film d'animazione con bambine e bambini di 5 anni è molto impegnativo, ma sicuramente un'esperienza divertente e piena di sorprese, un modo efficace per affrontare concretamente il rapporto bambini-televisione-creatività.


La tecnica a passo uno permette di realizzare brevi animazioni in modo semplice e diretto, offre la possibilità ai bambini di far muovere qualsiasi materiale e, grazie al circuito chiuso, consente di vedere in diretta nel monitor quello che accade, e pure di correggere gli sbagli.


Si promuove, così, la creatività personale, si sviluppa un approccio sensoriale attivo alla produzione di immagini elettroniche, si favorisce la capacità critica e l'analisi del linguaggio audiovisivo, si affina la capacità di concentrazione e di operatività in vista del raggiungimento dell’obiettivo finale di un progetto comune.
Pulcette ha fatto questo in cinque mosse vincenti. Buona visione!


 

lunedì 14 luglio 2014

L'uno per cento di differenza

Illustrazione di Valentina Malgarise.
Lo sappiamo che in questi fine settimana estivi, anche se non benedetti dal clima, ve ne andate a pascolare per spiagge e scogliere. Lo sappiamo. Vi vediamo sulle vostre pagine Facebook ilari di fronte a distese marine azzurre (o magari grigie e tempestose, ma pur sempre marine). Beh, sappiatelo: ci fate una rabbia infernale.

Illustrazione di Valentina Malgarise.
Perché, ormai lo sanno tutti, i Topi son gran nuotatori e non ne possono più di puzzare di cloro. Bramano il salmastro. Ma son costretti dalle più varie circostanze a essere urbani. Ieri mattina, poi, quando sono andati a correre c'era una bella caligine estiva milanese che sembrava di nuotare a secco. Dopo quaranta minuti: stop; e via in piscina. La cara vecchia Mincio.

Illustrazione di Valentina Malgarise.
Ma, come sempre, i libri son consolazione. E a volte bastano le immagini, come queste di Valentina Malgarise, che non ce ne vorrà se la pubblichiamo qui senza averle chiesto il permesso. Ma Valentina sa fare benissimo il colore del mare, quello con il fondale di sabbia chiara che si trova nelle isole della Grecia e qua e là in Sardegna e forse in altri posti dove non siamo mai stati.

Di libri sul nuoto abbiamo già scritto qui ma, da allora, altri libri si sono aggiunti al nostro scaffaletto. Uno, in particolare, è molto amato. Si chiama Swimming Studies, di Leanne Shapton, pubblicato da  Particular Books, scovato in quella inesauribile miniera che è lo Spazio BK di Diletta Colombo e Chiara Bottani.

Leanne Shapton la conoscevamo già (e già ne avevamo scritto, qui), ma non sapevamo che fosse stata nella squadra olimpica canadese di nuoto, che collezionasse costumi da bagno e condividesse con David Hockney un talento particolare per rappresentare le piscine.

Ma forse siamo solo noi maniaco ossessivi a riconoscere in quei rettangoli tagliati in prospettiva profondità, temperatura, tessuto e velocità dell'acqua, e onde di rifrazione in virata.


Ma, a parte farvi sentire male dopo il vostro fine settimana marino, c'è un'altra ragione per la quale scriviamo di questo libro: crediamo sia una lettura fondamentale per chi vuole intraprendere una carriera considerata "artistica" o "creativa", come quella di autore o illustratore. Il paragone con la carriera di una nuotatrice di talento non sembri azzardato. Shapton nuotava cinque ore al giorno, sei giorni la settimana. «Non ero la migliore, ma ero piuttosto veloce. Mi allenavo, mangiavo, viaggiavo e facevo la doccia con i migliori della nazione, ma non ero la migliore. Ero abbastanza brava.»



Ecco, questo saper gestire la frustrazione di non essere la migliore è qualcosa che accomuna i grandi. Essere grandi non significa essere necessariamente i migliori. Ma indubbiamente significa dover fare come se lo si fosse, sapendo di non esserlo. È uno stato di necessità.



Shapton descrive la fatica dell'allenamento, il dolore che ti prende dappertutto. E ricorda quante volte, prima di abbandonare lo sport agonistico, si sia domandata: «Perché?» Oggi, scrivendo e illustrando questo meraviglioso libro, torna a porsi continuamente un'altra domanda: «E se…?»



Leggetelo. Leggetelo tutti. Avrete così una misura precisa della fatica, dell'impegno, della tenacia, della determinazione, del dolore che si nascondono, non più visti, dietro un gesto: quello atletico di un nuotatore olimpico (o di un pattinatore, del quale avevamo scritto qui) o quello che muove un pennello, una penna, una matita sulla superficie di un foglio (o uno stilo su una tavoletta grafica).
Per voi, come per Leanne, il talento, la poesia, potranno fare solo l'uno per cento di differenza.


È una differenza enorme se la si guarda da dentro. Ma nessuno ve ne farà una colpa.

E se poi questo libro non vi bastasse e come noi siete fanatici del nuoto e non ne avete mai abbastanza di bracciate e azzurro, abbiamo in serbo altri due libri.

Il primo è Nuotare. Perché amiamo l'acqua, di Lynn Sherr, pubblicato nel 2012, breve e appassionata storia culturale del nuoto, dalle origini ai giorni nostri, ricca di tutte le notizie possibili e immagini su questo sport. L'autrice è la giornalista americana Lynn Sherr, una non giovanissima signora amantissima del nuoto che un giorno di alcuni anni fa si è messa in mente di attraversare l'Ellesponto a nuoto, come Byron, e ce l'ha fatta. Qui ci racconta anche, con garbo e sapienza, come.

Il secondo si intitola Lezione di nuoto di Valentina Fortichiari, giornalista e saggista, a sua volta fanatica di acque balneabili e con un passato da nuotatrice agonistica. Un romanzo che racconta come fu che la grande scrittrice Colette, durante una vacanza marina nei pressi di a Saint-Malo, insegnò a nuotare al suo figliastro Bertrand, figlio del suo secondo marito, Henry de Jouvenel, che diventò, alcuni anni più tardi, suo amante.