venerdì 21 novembre 2014

La Pagina Che Non C’Era

Maria Laura vanorio intervista Valerio Magrelli.
Qualche tempo fa siamo venuti a conoscenza di un bellissimo progetto, La Pagina Che Non C’Era, nato a Napoli, nel 2010, per avvicinare alla scrittura e alla lettura i ragazzi delle scuole superiori. Fondata sul confronto tra studenti e scrittori, l'idea di questa iniziativa è stata di Diana Romagnoli e Maria Laura Vanorio, due insegnanti dell’ISS Pitagora di Pozzuoli, alla periferia di Napoli. In una intervista pubblicata sull’"Indice dei Libri del Mese", aprile 2012, Maria Laura Vanorio, traduttrice e insegnante, racconta: «L’idea è nata in classe, e mi è venuta naturale. Anziché fare il solito compito in classe (con analisi del testo, saggio breve, etc.) ho chiesto ai ragazzi di leggere Certi bambini di De Silva e di provare ad aggiungere una pagina al romanzo. Dall'autovalutazione (che di solito è una cosa che facciamo spesso, e che comporta la discussione in classe di punti forti e difetti dei temi in classe) sono venute fuori davvero un sacco di cose interessanti. Abbiamo letto insieme alcuni dei compiti in classe e ho visto come i ragazzi spesso coglievano aspetti dello stile e della struttura del libro con una profondità e precisione che non avrebbero raggiunto di fronte a un compito in classe tradizionale.Visti questi risultati, insieme alle colleghe abbiamo pensato all’idea di un concorso delle superiori. La prima edizione era riservata a scuole campane, mentre da questa seconda il concorso è diventato nazionale.» Maria Laura Vanorio ha spiegato il progetto anche sul sito della Rai dedicato alla letteratura. 



Sviluppatosi in un primo tempo come concorso, oggi il progetto è diventato anche un festival, che, iniziato ieri a Napoli, si svolgerà fino al 22 novembre. Lo scorso anno a La Pagina Che Non C’Era ha partecipato anche lo scrittore e poeta Valerio Magrelli con il suo romanzo Geologia di un padre. Intervistato da Antonio Fiore, il 7 marzo scorso, sul "Corriere della sera", a proposito della sua esperienza con i ragazzi e sulla liceità di una operazione come questa, fondata sulla riscrittura di opere letterarie, ha risposto: «Tutta la pedagogia greco-romana antica si basava su un classico, da Omero a Tacito, che lo studente doveva riscrivere a modo suo. Altro che il ‘‘moderno’’ atteggiamento verso i classici, pavidamente considerati intangibili». (E se vi interessa vedere in che modo hanno interpretato la pagina che non c'era di Valerio magrelli, guardate qui). E ora lasciamo che a raccontarvi l'edizione straordinaria 2014 di La Pagina Che Non C’Era sia Donatella Brindisi, che si occupa della comunicazione del progetto.

[di Donatella Brindisi]

È in arrivo una versione autunnale straordinaria della Pagina Che Non C’Era che, in occasione del Forum Universale delle Culture Unesco, torna con un’edizione speciale dedicata al genere letterario della cosiddetta Literary Non Fiction.


Grazie al successo delle precedenti edizioni e alla sempre entusiasta adesione degli scrittori ospiti e degli studenti coinvolti da tutta Italia, negli anni l’originaria iniziativa di promozione della lettura presso le scuole è molto cresciuta fino a trasformare La Pagina Che Non C’Era in un vero e proprio festival di letteratura per ragazzi.


Germogliata da un’idea di due insegnanti dell’istituto Pitagora di Pozzuoli, La Pagina Che
Non C’Era nasce dalla convinzione che il piacere di leggere e la capacità di scrivere non possano essere trasmessi con metodi impositivi (qui trovate il profilo di tutti gli insegnanti che si occupano del progetto). La coraggiosa sfida di questo progetto, sorto tra i banchi di una delle più complesse e problematiche periferie italiane, è di superare la tradizionale diffidenza dei ragazzi nei confronti dell’atto della lettura grazie a un gioco letterario.


La prima parte del gioco consiste sempre nel confronto tra gli studenti e gli scrittori. E poiché il comitato organizzativo del festival ha deciso di dedicare questa edizione al genere della Literary Non Fiction, quest’anno ha invitato gli autori di alcuni dei libri che – pur restando nell’ambito narrativo – ci hanno più efficacemente raccontato la realtà dei nostri tempi: Luca Rastello (con il romanzo I Buoni, Chiarelettere), Gaetano Di Vaio e Guido Lombardi (autori di Non mi avrete mai, Einaudi) e Francesco Barilli che, insieme all’illustratore Manuel De Carli, è autore del graphic novel Carlo Giuliani. Il ribelle di Genova (BeccoGiallo).


Gli incontri tra gli autori e gli studenti iscritti al festival avverranno il 20 e il 21 novembre a Napoli nei nuovi spazi del Foqus (Fondazione Quartieri Spagnoli). La prima giornata sarà introdotta da una tavola rotonda con l’intenzione di discutere e illustrare storia, modelli e caratteristiche della Literary Non Fiction dai libri al cinema e alle serie televisive. Oltre agli autori ospiti del festival, alla tavola rotonda interverranno anche lo scrittore e critico letterario Cristiano de Majo, lo sceneggiatore Stefano Bises, la giornalista del Corriere della Sera Alessandra Coppola, il regista Guido Lombardi e l’attore Lello Serao.


Anche quest’anno un’intera sezione della Pagina Che Non C’Era sarà dedicata alla letteratura scientifica per ragazzi: negli spazi rinnovati della Città della Scienza, sabato 22 novembre gli studenti incontreranno Amedeo Balbi (Cercatori di meraviglie. Storie di grandi scienziati curiosi del mondo, Rizzoli) e Nicola Nosengo (I robot ci guardano, Zanichelli).


Ogni anno l’incontro con gli scrittori, ma anche tra i vari studenti – appartenenti a scuole superiori, città e realtà differenti – diventa una preziosa occasione di confronto intorno alla parola (letta, immaginata, raccontata e, infine, scritta). Un confronto fecondo, che consente ai ragazzi di entrare in contatto con gli autori dei romanzi senza la mediazione degli adulti e senza distanze gerarchiche, costituendo un momento fondamentale del successivo processo creativo.


Anche quest’anno, infatti, dopo aver incontrato gli scrittori ospitati dal festival, gli studenti saranno invitati a leggerne i libri e a scrivere (o a disegnare) una pagina – per l’appunto “la pagina che non c’era” – da aggiungere in un punto qualsiasi del libro scelto fra quelli proposti, imitando lo stile dell’autore e mimetizzandosi nella sua opera.  Il metodo della scrittura mimetica e vincolata (o à contrainte) consente di accostarsi al testo con occhio attento per individuare e distinguere peculiarità, regole, stili e registri e, allo stesso tempo, di trasformare in gioco la letteratura, desacralizzandola e avvicinandola ai giovani lettori. I vincitori del concorso saranno gli studenti autori delle pagine migliori che, secondo il giudizio di una giuria composta da insegnanti e scrittori, il prossimo febbraio verranno premiati –  naturalmente –  con nuovi libri.


Il festival, patrocinato dal Forum Universale delle Culture 2013-2014 e dai Comuni di Napoli e Pozzuoli, è stato insignito da numerosi riconoscimenti, tra cui il premio Gutenberg 2013 dell’Ali e il prestigioso Maggio dei Libri del MiBac e del Cepel come migliore attività nazionale per la promozione alla lettura in ambito scolastico. 
Gli autori che hanno partecipato alle precedenti edizioni della Pagina Che Non C’Era sono:
Andrea Bajani, Maurizio de Giovanni, Viola Di Grado, Giuseppe Genna, Nicola Lagioia, Andrej Longo, Valerio Magrelli, Marco Malvaldi, Margherita Oggero, Valeria Parrella, Paolo Piccirillo, Antonio Scurati, Paola Soriga, Andrea Tarabbia, Paolo Zanotti.

Le foto che corredano il post sono relative a diversi momenti e a diverse edizioni di La Pagina Che Non C’Era e sono state scattate dagli studenti che hanno partecipato all'iniziativa.

giovedì 20 novembre 2014

Dieci buone ragioni per venire a un mercatino di Topi

Illustrazione di Anna Emilia Laitinen per Casa di fiaba, Topipittori 2013.

1)    Perché è l'unico mercatino natalizio di Topi al mondo (eccetto quelli che stanno nei libri di Beatrix Potter).

2)    Perché è di sabato, apre alle 11 e chiude alle 19. Quindi è comodissimo.

3)    Perché avrete a disposizione TUTTO il catalogo dei Topi, e a prezzo scontato.

4)    Perché con solo 5 euro potete salvare un libro imperfetto dal macero. E a volte le imperfezioni sono quasi impercettibili (a volte no, ma potrete scegliere).

5)    Perché ci sarà ottimo tè accompagnato da ottimi biscotti (proprio come accade nei libri di Beatrix Potter).

Illustrazione da Appley Dapply’s Nursery Rhymes by Beatrix Potter, 1917.

6)    Perché potrete scegliere fra tre tipi di tè (perché siamo topi di mondo, come quelli di Beatrix Potter).

7)    Perché potrete vedere coi vostri occhi come è una casa di Topi che fanno i libri.

8)    Perché potrete venire anche solo a curiosare e fare i timidoni.

9)    Perché vi saluteremo volentieri anche se non comprate una cippa.

10)   Perché poi fino al 2015 non se ne parla più. Volete lasciarvi scappare questa occasione?

Illustrazione da Appley Dapply’s Nursery Rhymes by Beatrix Potter, 1917.

And last but not least:

PERCHÉ RISOLVERETE IN BELLEZZA E ALMENO IN PARTE QUELLA FACCENDA COMPLICATA E STANCANTE CHE SONO I REGALI DI NATALE, SOPRATTUTTO QUELLI PER LE PERSONE A CUI SI VUOLE BENE.

PERCHÉ COMPRERETE LIBRI CHE VI ASSICURERANNO LA GRATITUDINE DI GRANDI E PICCOLI, E SARANNO UNA VERA SORPRESA PER CHI LI RICEVERÀ.

PERCHÉ I LIBRI DEI TOPI SONO NATALIZI NON PERCHÉ  SONO LIBRI SUL NATALE MA PERCHÉ SONO FATTI DI PURO AMORE PER I LIBRI E I LETTORI.

Illustrazione da Appley Dapply’s Nursery Rhymes by Beatrix Potter, 1917.

Appley Dapply’s Nursery Rhymes by Beatrix Potter,
Frederick Warne & Co., 1917.
E qui tutto le info:

Cosa? 
Il Mercatino Natalizio dei Topipittori

Dove?
A casa dei Topipittori, in viale Isonzo 16.
Ci arrivate con la linea gialla della metropolitana, fermata Lodi.
Viale Isonzo parte da piazza Lodi: al 16 sono 100 metri.
Citofono n.7.

Quando?
Sabato 29 novembre.
Tutto il giorno: cioè dalle 11.00 alle 19.00.

mercoledì 19 novembre 2014

Storie senza parole che girano il mondo

La mostra Libri senza parole. Destinazione Lampedusa è approdata a Milano, al Museo dei bambini, MUBA, che ha sede presso la Rotonda della Besana, dove è stata inaugura i
l 14 novembre e dove rimarrà aperta fino al 14 dicembre.
Partita da Roma, dove è stata inaugurata il 7 maggio 2013 (trovate il nostro report qui), la mostra è già stata ospitata a Biella, Ravenna, Lido di Ostia, Napoli, Macerata, Brescia, Anversa degli Abruzzi e Città del Messico.
L'edizione milanese della mostra, curata da IBBY Italia, è stata ralizzata grazie al sostegno della Fondazione Cariplo e in collaborazione con il Sistema Bibliotecario Urbano del Comune di Milano e con il MUBA. Organizzata e allestita grazie al lavoro di un gruppo di volontari milanesi di IBBY Italia, la mostra è un'occasione davvero unica per adulti, ragazzi, bambini, per scoprire oltre 100 silent book provenienti da 23 Paesi del mondo: libri che sono straordinari strumenti di conoscenza per la possibilità che offrono di superare la barriera delle lingue, permettendo a tutti di accedere e condividere storie di diverse culture realizzate attraverso il linguaggio universale delle immagini.


Una mostra per tutti, ma preziosa in particolare per famiglie e scuole che in questo modo potranno offrire ai bambini la possibilità di sfogliare e leggere libri bellissimi e spesso poco conosciuti nell'ambito dell'editoria per l'infanzia, creati dai migliori editori, autori e illustratori del mondo, in un bell'allestimento (a cura di SetUp Allestimenti) pensato per facilitare la lettura e l'incontro delle storie con i bambini. 
Per dettagliati report sull'iniziativa milanese e i suoi scopi rimandiamo agli esaustivi resoconti di Anna Pisapia e Francesca Romana Grasso usciti il 14 novembre sui rispettivi blog A casa di Anna e Edublog.


L'iniziativa, nata da un'idea di IBBY Italia è, contemporaneamente, un'esposizione di libri “senza parole” e un progetto di cooperazione internazionale, resi possibili grazie alla partecipazione di editori di tutto il mondo che, in risposta, all'appello di Ibby, due anni fa, hanno donato centinaia di libri senza parole scelti fra i migliori della produzione editoriale internazionale.
Oltre a far conoscere al grande pubblico i più bei libri “senza parole” pubblicati e destinati all'infanzia, l'iniziativa mira alla costituzione di un fondo bibliotecario di silent book destinato a una biblioteca per ragazzi nell'isola di Lampedusa, dedicato sia a coloro che vivono sull'isola sia ai migranti minori che vi sono di passaggio, per diverse ragioni.


La creazione di una biblioteca a Lampedusa, simbolo di luoghi remoti e migrazioni, vuole essere l'occasione per garantire il diritto all'accesso ai libri e alla lettura, e il fulcro di attività in grado di stimolare principi di tolleranza e comprensione dell'altro.

La profondità e lo spessore del progetto, per gli usi infiniti dei libri e le loro ricadute positive, sono numerosissimi, come segnala Marcella Terrusi, quando, in proposito, scrive: “A Lampedusa, nel novembre 2013, è stato organizzato un IBBY Camp, campo di volontariato dedicato alla promozione del libro e della lettura come parte del percorso verso l'apertura di una biblioteca ragazzi sull'isola. All'isola è stata donata una collezione gemella dei libri senza parole ora in mostra a Milano, un fondo prezioso che ha consentito di essere utilizzato per la realizzazione di numerose iniziative fuori e dentro le classi, con i bambini lampedusani. In particolare, con la collaborazione di Alberto Emiletti, di Amensty Kids, abbiamo inventato un laboratorio sui diritti: i bambini hanno trovato nelle pagine di alcuni silent book le immagini e nelle immagini le parole per dire contenuti altrimenti indicibili, come l'espressione di un diritto a "non affogare". L'invito rivolto ai bambini delle scuole primarie è stato quello ad avventurarsi nelle pagine, cercando un filo, il senso del racconto, senza timore per il silenzio delle pagine, ma con atteggiamento attento alla voce del racconto.”


L'ingresso alla mostra milanese, è libero e gratuito.
Orari: lunedì: 9.30-15.30; da martedì a venerdì: 9.30-18.30; sabato, domenica e festivi: 10-19.00.
Per informazioni, qui.
Per le scuole sono organizzate visite guidate (dal lunedì al giovedì), dalle 10.00 alle 10.50 e dalle 11.10 alle 12.00. Per prenotazioni, qui.

Durante l'allestimento della mostra.

martedì 18 novembre 2014

I Martedì della Emme / 8: Caro Stevie

Il libro di questo Martedì Emme di cui oggi scrive Roberta Favia, che ringraziamo, ha il testo di un colosso della letteratura del Novecento, James Joyce. E questo serve a mettere in luce un aspetto del catalogo Emme: quella disinvoltura con cui l'editrice offriva grandi autori ai lettori piccoli, spesso accompagnandoli con immagini di artisti e illustratori innovativi e spesso assolutamente sconosciuti al settore dell'editoria per ragazzi (da Emilio Tadini, a Luigi Veronesi, da Francesco Tullio Altan a Flavio Costantini eccetera). Fra gli scrittori del presente e del passato arruolati per allegria e amore della letteratura da Rosellina Archinto nel suo catalogo figurano Johann Wolfgang Goethe, Vladimir Majakovskij, Bertolt Brecht, Ernst Hemingway, Boris Pasternak, Mario Soldati, Italo Calvino, Antonio Porta, Alberto Arbasino, Alberto Moravia...

[di Roberta Favia]

Non so se abbiate mai incontrato il diavolo, ma pare che, oltre alla lingua che da lui prende il nome, ovvero il diavolebio, sappia “parlare perfettamente un pessimo francese, e quelli che l’hanno sentito assicurano che parla con un forte accento di Dublino”, parola di James Joyce che di dubliners ne sapeva qualcosa.

James Joyce, Il gatto e il diavolo, ill. di Flaminia Flaiano, 1967.

Così termina, in un post scriptum, la lettera che il grande Joyce, firmandosi “Nonno”, inviò al nipote Steve il 10 agosto 1936; non era la prima volta che Joyce raccontava al nipote una storia, ma è sicuramente questa la prima volta che in Italia venne proposta sotto forma di albo illustrato dedicato ai bambini. A pubblicarlo era Emme edizioni, l'anno il 1967, il titolo Il gatto e il diavolo, le illustrazioni erano di Flaminia Siciliano, e la traduzione e la presentazione del marito Enzo Siciliano.

James Joyce, Il gatto e il diavolo, ill. di Flaminia Flaiano, 1967.

La storia prende spunto da un modo di dire ovvero che gli abitanti di Beaugency, piccola città costruita sui due lati della Loira, vengono chiamati gatti. La leggenda narra che a Beaugency gli abitanti per poter raggiungere l’altro lato della città dovessero attraversare in barca il fiume e che questo li angustiava tanto da indurre i giornali locali della assoluta necessità di un ponte e della totale impossibilità da parte dell’amministrazione di sostenere le spese: niente di nuovo, insomma.

James Joyce, Il gatto e il diavolo, ill. di Flaminia Flaiano, 1967.

Fortunatamente, il Diavolo legge i quotidiani: tutti, anche quelli locali, e si presenta un bel giorno dal sindaco di Beaugency a proporgli un patto: lui, il Diavolo, in una sola notte costruirà il più bel ponte che si sia mai visto. In cambio chiede “solo” che il primo passante che lo attraversa gli sia consegnato. Non volendo lasciarsi sfuggire l’occasione, il sindaco accetta: tanto, pensa, mica ci passo io, per primo, sul ponte!
Venne la notte. Venne l’alba e gli abitanti, i dormiglioni, furono svegliati dai più mattinieri dalla notizia di un bellissimo ponte nuovo. Tutti accorsero e si accalcarono, ma nessuno salì sul ponte perché il Diavolo era lì che attendeva la sua ricompensa.

James Joyce, Il gatto e il diavolo, ill. di Flaminia Flaiano, 1967.

Attenzione! Squillo di tromba: il sindaco arriva con un gatto in un braccio e nell’altro, precisa l’autore, un secchio d’acqua. Il gatto gioca col medaglione del sindaco e lo guarda incuriosito (perché a Beaugency anche i gatti hanno il diritto di guardare in faccia il sindaco, precisa di nuovo l’autore). Che fa il sindaco con un gatto? Il piano è semplice: tirare il secchio d’acqua addosso al micetto per farlo correre fra le braccia del Diavolo. Povero gatto! dicono di solito i bambini a questo punto, e hanno ragione.

James Joyce, Il gatto e il diavolo, ill. di Flaminia Flaiano, 1967.

Però il gatto mica si fa tanti problemi: costretto a scegliere fra l’acqua e il diavolo si getta tra le braccia di quest'ultimo. Il quale è così arrabbiato per essere stato sbeffeggiato da indiavolarsi sempre più e lanciarsi in un turpiloquio in francese maccheronico. Felice di stare al caldo, il gatto scende all’inferno col diavolo, con la coda del quale, fra l'altro si diverte a giocare molto più che col medaglione del sindaco. In questo modo, i cittadini di Beaugency si guadagnarono il titolo di gatti. Quanto al ponte, è sempre lì e i bambini ci vanno a passeggio, a piedi, in bicicletta e si fermano a giocare.

James Joyce, Il gatto e il diavolo, ill. di Flaminia Flaiano, 1967.

Spero che questa storia vi sia piaciuta, io l’ho sempre amata tantissimo. Con gli occhi della bambina, con quelli di mamma e con quelli di appassionata di libri. Ci si possono leggere tanti significati e le illustrazioni di Flaminia Siciliano li racconta offrendo un livello di lettura in più, in uno stile in sintonia con gli anni in cui questa edizione vide la luce.
Il diavolo è un bell’uomo brizzolato e vestito bene, persino col papillon; il gatto è un bel soriano (alla faccia della tradizione contro i gatti neri) e il sindaco ha un che di viscido, maneggione, poco onesto e in effetti riesce persino a truffare il diavolo!

James Joyce, Il gatto e il diavolo, ill. di Flaminia Flaiano, 1967.

Il libro successivamente fu riproposto nel 1980 nella collana Voltapagine di EL con le illustrazioni di Blachon ed è senz’altro tra annoverare tra gli illustri ed inspiegabili casi di libri oggi fuori catalogo. Le due versioni sono lontanissime tra loro per impianto grafico e illustrativo.
In entrambi i casi, le edizioni sono molto vicine ai gusti delle rispettive epoche, ma differiscono anche in alcuni passaggi del testo. La versione di Siciliano, per esempio, riporta fedelmente il “pessimo francese” del testo originale inglese che invece, nella versione del 1980, è reso in una via di mezzo fra il napoletano ed un dialetto inventato.

James Joyce, Il gatto e il diavolo, ill. di Blachon, 1980.

Un giorno, mi piacerebbe leggere il racconto in lingua originale, ma soprattutto mi piacerebbe che oggi qualche editore ci offrisse una nuova versione di questa bellissima ed emblematica storia, corredata da nuove illustrazioni e da una nuova traduzione. Tradurre è tradire, diceva Pavese (e non solo lui), ma anche reinventare, e credo che lo stesso possa valere per le immagini che accompagnano un testo.

James Joyce, Il gatto e il diavolo, ill. di Blachon, 1980.

Mi chiamo Roberta Favia. La mia passione è studiare e, inseguendola, mi sono conquistata un dottorato e un assegno di ricerca in letteratura contemporanea presso l'Università Ca' Foscari di Venezia. Fare ricerca e leggere sono tra le cose che più mi divertono e hanno trovato forma di vero e proprio lavoro in quel poco tempo, ahimè, durante il quale avuto la straordinaria fortuna di lavorare in una libreria per bambini. Adesso, tra le altre cose, lavoro nella libreria Alef specializzata in ebraistica all'interno del Museo Ebraico di Venezia in cui faccio anche la guida. Da qualche tempo curo un blog di letteratura per l'infanzia e un'associazione di promozione e didattica della lettura: entrambi si chiamano Teste fiorite.

Dal nostro catalogo, Roberta Favia ha scelto in regalo Una bacchetta magica di Antonio Koch e Gwénola Carrère.

James Joyce, Il gatto e il diavolo, ill. di Blachon, 1980.

Se siete bibliotecari, insegnanti, promotori della lettura o appassionati di libri illustrati e desiderate partecipare alla rubrica I Martedì della Emme, presentando in un vostro post un libro di Emme Edizioni di Rosellina Archinto scriveteci qui, specificando di quale volume volete scrivere.

Vi ricordiamo che alla storia di Emme Edizioni e della sua fondatrice è dedicato il nostro La casa delle meraviglie. La Emme Edizioni di Rosellina Archinto, a cura di Loredana Farina.

Sempre a questo tema è dedicata la mostra La Emme Edizioni di Rosellina Archinto. Vent’anni di successi in mostra (1966-1985), a cura di Loredana Farina, Alessandra Mastrangelo e ABCittà, con il patrocinio di Nati per Leggere e della sezione lombarda dell’Associazione Italiana Biblioteche.

Tutte le informazioni sul percorso espositivo che la mostra propone, per tutti coloro che la volessero visitare o ospitare, le trovate  qui.

Qui trovate tutte le puntate precedenti de I Martedì della Emme:

I Martedì della Emme / 1: Un gioco per bibliotecari felici
I Martedì della Emme / 2: Federico, topo bambino
I Martedì della Emme / 3: Un’avventura invisibile
I Martedì della Emme / 4: Un colpo di fulmine 
I Martedì della Emme / 5: Un albo molto rumoroso
I Martedì della Emme / 6: Elogio dell'immaginazione
I Martedì della Emme / 7: Il sapore di una rivoluzione

lunedì 17 novembre 2014

"Mamma, farò un libro!"

[di Zosia Dzierzawska]

Quando Giovanna e Paolo mi hanno chiesto di contribuire alla collana Gli anni in tasca con la storia della mia infanzia, sono rimasta stupefatta. Ricordo ancora la passeggiata di ritorno dalla casa editrice verso lo Studio Armad'illo, emozionata, felice e confusa. Ricordo di essermi fermata in strada per chiamare i miei genitori a Varsavia. "Mamma, farò un libro!", dissi, "un libro sulla nostra famiglia!"

Era, cari amici, il novembre 2012.


Schizzo.

All’epoca disegnavo da circa un anno e mezzo. Avevo appena terminato il MiMaster di illustrazione, che avevo iniziato quasi per gioco, e stavo ancora cercando di capire se l’illustrazione potesse diventare un mestiere per me e se davvero fossi disposta a farlo. Fino a quel momento non avevo mai realizzato fumetti, nonostante sognassi di scrivere e disegnare un libro intero. Un libro intero? Ero elettrizzata, ma anche terrorizzata. Da dove inizio, mi chiedevo, camminando per corso Lodi in quella sera di novembre.

Pianificando un capitolo.

Così mi tuffai nella realizzazione del fumetto, all’inizio timida e insicura ma con sempre più determinazione, mentre andavo conquistando una maggiore consapevolezza di ciò che realmente significava fare quel libro. Ho iniziato ad annotare le idee in un piccolo taccuino blu che ho ricevuto in regalo da un amico. Ho parlato con i miei genitori e cugini. Ho cercato di capire come tradurre le idee in immagini e la serie di immagini in un insieme coerente. Ho cercato di non forzare la struttura e la simmetria, in modo tale che la storia si sviluppasse secondo il suo ritmo. Mi sono concessa del tempo (un sacco di tempo, con grande apprensione dei miei editori!) per capire cosa dire e come.

Il progetto del libro ingombra le pareti...

Una cosa mi è apparsa chiara fin da subito: il disegno era la parte facile. Richiedeva un sacco di tempo – una quantità pazzesca di tempo – ma rimaneva pur sempre la parte più semplice. Scrivere, concepire delle cose – questa è stata la parte più difficile. Il disegno necessita di tempo, naturalmente, ma con la pratica si acquisisce una certa agilità nel processo: lo scarabocchio illeggibile su una pagina diventa a mano a mano uno storyboard un po’ più definito, poi un profilo a matita chiaro e deciso, finché si trasforma in una pagina finita in Photoshop.

Disegnando con Photoshop

Si può impiegare fino a una settimana per completare una singola pagina (e spesso mi è capitato), ma in quella fase si cammina comunque su un terreno sicuro. La vera lotta è tra la pagina vuota e quel primo scarabocchio illeggibile. La creazione di qualcosa dal nulla. L’unica difficoltà che il passare del tempo non è affatto riuscito a risolvere. Pensare ogni capitolo da zero è rimasta la vera sfida.

Momenti di disperazione.

Mi era stata data una straordinaria libertà da parte dei Topipittori. Ero libera di sviluppare la storia in qualsiasi direzione volessi. D’altra parte, però, nessuna limitazione significava anche nessuna linea guida. Così ho scritto e riscritto, disegnato e ridisegnato, finché non sentivo che le pagine "funzionavano". Era quello il punto d'arrivo – o funzionavano oppure no, nel qual caso le riscrivevo più volte finché non sentivo che potevano andare. E guardavo, stupita, come un mucchio di pagine bianche si trasforma in qualcosa d’altro; diventa un libro. Ci sono voluti più di due anni ma ecco che, finalmente, la storia ha preso forma. Forse non è un libro perfetto, ma è divertente, è strano ed è certamente fatto con amore. Ne sono davvero orgogliosa, e spero piacerà anche a voi.

E finalmente il lavoro è concluso!

Zosia ha scritto questo post in inglese, ecco la versione originale:

When Giovanna and Paolo asked me to contribute to Gli anni in tasca collection with a story of my own childhood, I was astonished. I still remember the walk back from their place to Studio Armad’illo, thrilled, happy and confused; I remember stopping in the street to call my parents in Warsaw. “Mom, I’m making a book!”, I said,  “a book about our family!”

That was, dear friends, November 2012.

Sketch.

I had only been drawing for about a year at that time. I was freshly out of an illustration master I had taken up on a whim, and still figuring out whether drawing was something I was capable (and willing) to make a living out of. I had hardly made any comics until then, let alone dreamt of writing and drawing a full-length story. An entire book? I was thrilled, but I was also terrified. How do I even start, I wondered, walking down corso Lodi on that November evening.

Sketch.

So I plunged into the making of the comic, shy at first, unsure, then with more and more determination, and a better sense of what it actually means to be making that book. I started putting down ideas in a little blue notebook I got from a friend. I talked to my parents and cousins. I tried to understand how to translate the ideas into images, and the series of images into a coherent whole. I did not push much for structure or symmetry. I let the story develop in its own pace. I gave myself time (a lot of time, much to the dismay of my publishers) to figure out what to say and how.

Designing a chapter.

One thing became clear pretty quickly – drawing was the easy part. It took a lot of time – it took a crazy amount of time – but it was still the easy part. Writing, thinking up stuff – that was the hard part. Drawing takes time of course, but with practice, you get comfortable with the whole process: the illegible squiggle across a page becomes a slightly better defined storyboard, then it becomes a clear and steady pencil outline, then it  becomes a finished page in photoshop. It can take as much as a week to finish a single page (as it often did), but it is still safe territory. The real struggle lies between the empty page and that first, illegible squiggle. The conjuring of something from nothing. That did not get easier with time at all. Thinking up every chapter from scratch remained the real challenge. 


Drawing the last chapter.

I had been given an extraordinary amount of freedom by Topipittori; I was free to develop the story in any direction that I pleased. No limitations, however, also meant no guiding points. So I wrote, and rewrote, and drew, and redrew, until the pages “felt right”. That was it - it either “felt right”, or it didn’t, in which case I would just rewrite it over and over again, until I felt it worked. And I watched, amazed, how a pile of blank pages grows into something; becomes a book. It’s taken over two years for it to take shape, but there you have it. It’s a book that may not be perfect, but it is fun, it is weird, and it’s certainly made with love.  I’m really proud of it, and I hope you like it too.

 A page of the book.