venerdì 19 settembre 2014

Una fiaba quasi classica


Questo deve essere l'autunno dei libri infiniti: quelli che a un certo punto abbiamo pensato non sarebbero usciti mai più, tanto il percorso di realizzazione è stato lungo. E invece eccoli qui, dopo tutto il tempo e i pensa che ti ripensa che sono costati ad autori, illustratori, tipografi, grafici etc. Viola Niccolai, autrice di La volpe e il polledrino, l'abbiamo conosciuta nel 2010 per uno stage presso noi Topi, che trovate raccontato qui


Durante quel periodo, ci capitò di parlare con lei della tesi di illustrazione che stava preparando per l'Accademia di Belle Arti di Bologna, e quello che ci disse ci incuriosì. Le chiedemmo, perciò, quando l'avesse terminata, di mandarcela. E quando questo accadde, ci colpirono entrambe le parti di cui la tesi era composta: l'albo e l'esposizione in cui Viola motivava scelte e ragioni del lavoro. Così, dopo qualche riflessione, decidemmo che quell'albo, lavorandoci su ancora un po', ci sarebbe piaciuto pubblicarlo, perché faceva parte di un progetto bellissimo. Viola fu subito entusiasta e disponibile a rimettere mano al libro. E come è andata poi, ve lo facciamo raccontare da lei.

Sabato, 20 settembre, alle ore 18, presso l'hotel Al Cappello Rosso. Albergo in Bologna dal 1375, verrà aperta al pubblico la BilBOlbul Room 2013 realizzata da Viola Niccolai, ultima delle installazioni d’artista permanenti che arricchiscono la collezione di stanze a tema dell’albergo.

 In questa occasione sarà presentato La volpe e il polledrino, alla presenza dell'autrice e degli editori.


[di Viola Niccolai]

Le illustrazioni per  La volpe e il polledrino sono nate tre anni fa, quando ho cominciato a lavorare alla tesi di laurea per l’Accademia a Bologna. In Lettere dal carcere avevo letto i racconti scritti da Antonio Gramsci e indirizzati ai figli, alla moglie e alla cognata ed ero rimasta molto colpita per la loro freschezza e immediatezza. Vecchi ricordi d’infanzia in queste pagine sono filtrati attraverso occhi ancora “bambini” capaci di stupirsi di fronte a tutto quel che vedono, e in grado di ricreare atmosfere e immagini facilmente condivisibili. Traspare dai racconti l’importanza che un bambino, come nessun altro, dà a ogni nuova scoperta: l’incontro fortuito con un animale di passaggio, l’odore di un campo d’estate, il folto umido di un bosco impenetrabile di alberi enormi.


Leggendo La volpe e il polledrino, mi rimasero subito impresse le immagini forti e definite. Mi pare poi che, quando arrivai alla fine del racconto, strana e sospesa, mi sia domandata perché a una storia con così tanti scenari e sequenze (soprattutto in rapporto alla lunghezza del testo), mancasse un finale. Mi aspettavo una favola, forse. Non capivo dove fosse la morale.


In realtà questa storia è come una fotografia dell’epoca in cui è ambientata, con tanti spaccati diversi, scorci che danno al racconto un respiro corale e riescono a inquadrarlo in un ambito ben ancorato alla Storia. Non poteva perciò esserci un altro finale, e il fascino delle scene che si rincorrono una dopo l’altra sta proprio nel fatto che il lettore, giunto alla fine, è condotto a immaginare cosa potrà succedere in seguito, piuttosto che a saperlo con certezza. È una sorta di fusione fra realtà e fiaba. Una fiaba quasi classica, per dirla come i Topi.


Così decisi che il progetto di tesi sarebbe stato incentrato su questa storia che ogni poco mi tornava alla mente. Cominciai a raccogliere tutto il materiale per iniziare a disegnare: cartoline di piccoli paesi di provincia d’inizio Novecento, foto di distese erbose, ghiande, bambini d’estate nei campi. Ogni volta che metto mano a un nuovo progetto mi contorno di foto fatte nel corso del tempo o che trovo in vecchi libri e album di famiglia. È un modo per ricondurre qualsiasi testo a una dimensione  personale, quindi a un contesto più facile da gestire.


Così sono nate le prime illustrazioni, che sono tuttora nell’albo: la volpe all’inizio del libro, la stessa copertina, il paesaggio con gli alberi nel campo vicino al paese, i ritratti di Nino (il protagonista) e del carrettiere. Ho anche cercato di limitare l’uso dei colori, per richiamare lo stile essenziale con cui Gramsci scrisse la storia, attraverso una tavolozza ristretta.

Prima di cominciare il lavoro, mi contorno di fotografie.

Per evitare orpelli nel disegno, in cerca di un linguaggio scarno, ho dipinto per prima cosa uno sfondo giallo caldo per quasi tutte le tavole, non uniforme, ma che facesse da legante fra pagina e pagina. A quel punto, sempre con le foto sparse sul tavolo, ho disegnato paesaggi di campagna, volpi e cavallini per l’albo che divenne la mia tesi.

Dopo le foto, comincio a disegnare.

Poi passò del tempo, da allora. Quello che fu sufficiente per dare un po’ di riposo alle tavole, ché quando si guardano tutti i giorni l’occhio ci si abitua troppo e va a finire che non trova più errori.
In quel periodo Giovanna e Paolo videro il progetto. Dopo qualche mese, ci incontrammo a Bologna per parlarne. A  quel punto il mio sguardo sulle tavole era cambiato, più distaccato. Ed è cambiato anche il libro, da quel giorno di neve bolognese. Dalle riflessioni fatte con Giovanna, venne fuori che l’aspetto più onirico del racconto stentava a venir fuori. Esattamente metà della storia.

La tesi prende forma.

Nella versione definitiva del libro, le tavole realizzate per il progetto di tesi, sono metà. Sono rimaste quelle di avvio alla storia, mentre sono cambiate quelle in cui la vicenda si approfondisce e cambiano i punti di vista. Ho lavorato su  quelle in cui l'idea di base non era ancora interamente sviluppata, cercando di trovarle uno sbocco sulla carta.

Per far questo, ho ripensato all’aspetto di cui parlavo all’inizio, che mi ha segnato di più nella lettura delle lettere di Gramsci ai figli, ovvero l’osservazione dei particolari rimasti inalterati nella mente di chi, anche da adulto, si ricorda che la coda della volpe sventolava come una bandiera o la corsa della cavalla intorno al suo “polledrino”.
Concentrarsi sulle interpretazioni del mondo che si fanno da bambini, o su come tutto a quell’età appaia grande e possa nascondere un lato magico e fiabesco è stato un input per sviluppare illustrazioni in cui, anche partendo dal disegno di una scatola di latta, era possibile raccontare una storia.


Forse è stata la parte più interessante di questo secondo periodo di lavoro al progetto: andare oltre il dato reale, aggiungendo alle tavole elementi fantastici, dettagli per introdurre nuove chiavi di lettura.
Per questo devo ringraziare Giovanna e Paolo, che hanno creduto nel progetto e nel suo sviluppo; Chiara Carrer e Ilaria Tontardini che hanno coadiuvato il lavoro dalla sua nascita nei mesi in Accademia, arricchendolo di preziosi scambi e condividendo opinioni e visioni che mi hanno permesso di allargare il punto di vista.

Le foto di Iori e dei suoi fratelli quando erano piccoli.

Giorni pieni di consigli sono stati anche quelli passati in compagnia di Silvia Rocchi, Alessandro Palmacci e Francesca Lanzarini che hanno seguito tutte le tappe dei miei deliri in preda alla tendinite; così come Germana e Jori (che mi ha anche prestato tutte le foto di quando era piccolo, coi suoi fratelli, nei campi). È stato un percorso collettivo, bello, e anche all’indietro, fino all’infanzia, nella casa nel parco di castagni col nonno che metteva a posto sugli scaffali i suoi libri di Gramsci.

Con il nonno, nella casa del parco dei castagni.

1 commento:

isabel archer ha detto...

quanto mi piacciono questi disegni!!!!