lunedì 28 febbraio 2011

La più vecchia storia del mondo

Forse è colpa mia: non sono bravo a fare ricerche, perché mi annoio subito. Ma su Françoise Seignobosc perfino il poderoso archivio della Children's literature research collection della University of Minnesota è estremamente avaro di notizie. Vi si legge che questa autrice e illustratrice di libri per ragazzi sarebbe nata nel 1897 o nel 1900  a Lodeve, Herault, in Francia e che, a un certo punto, sarebbe emigrata negli Stati Uniti. Di certo si sa che è morta nel 1961. Nell’archivio citato esiste documentazione relativa a 41 titoli pubblicati (molti dei quali ancora solidamente in catalogo).

Uno di questi fa parte della nostra piccola collezione. Si tratta de La plus vieille histoire du monde, pubblicato nel 1931 da Le Jardin des modes (stesso anno e stesso editore di Babar), e stampato da Paul Dumas su tessuto di cotone. Cucito a filza, con il dorso protetto da una fascia in tessuto spigato multicolore, questo libro racconta in 15 pagine la più vecchia storia del mondo: la Genesi.

È un libro non eccessivamente raro, ma che spesso si trova in condizioni non soddisfacenti. Ci sono molti esemplari privi del rinforzo al dorso in tessuto spigato e rozzamente ricuciti, come questo.

La cosa interessante di questo libro è l’estrema sintesi del tratto e la parsimonia nell’uso del colore. Bastano un rosso, un ocra, un verde e un blu, poche pennellate sicure e una composizione impeccabile, per restituire con luminosità e magia il mistero della creazione del mondo.
























Fra i molti che ho visto, e i pochi che ho acquistato, è l’unico libro pensato fin dall'origine per essere stampato in serigrafia su tessuto, sfruttando tutte le potenzialità del materiale di supporto e della tecnica di stampa. Una delle cose che mi ha sempre fatto venire in mente è l'arazzo di Bayeux (del quale potete leggere qui  e che potete ammirare qui in tutta la sua interezza). Più di una volta sono stato tentato di scucire la mia copia per vedere la storia in sequenza lineare.
Cosa ne dite? Ci provo?


venerdì 25 febbraio 2011

Nuovi papà per nuove bambine

Poche cose danno soddisfazione a un editore quanto scoprire la strada che un libro riesce a fare da solo, raggiungendo persone e pensieri imprevisti, entrando in saperi e ambiti insospettabili.
È quanto è accaduto al nostro Non si incontravano mai, di Mauro Mongarli con illustrazioni di Claudia Carieri. Alcuni giorni or sono, abbiamo saputo che Simona Galasso, specializzanda in Psicologia Clinica alla Sapienza di Roma, l'ha utilizzato nella sua tesi La funzione paterna e la costruzione dell'identità femminile nello sviluppo e nella pratica clinica. Nel capitolo dedicato a La funzione paterna nella conquista della femminilità, il paragrafo Non si incontravano mai: appunti per una riflessione, dopo un'ampia citazione dal libro, comincia, affermando:

La narrativa, in questo caso per l'infanzia, spesso permette di pensare con più facilità alle questioni teoriche. Soprattutto quando si tratta di argomenti ancora nuovi e di cui ancora si stanno costruendo le metodologie di studio, e si stanno tarando i modelli teorici necessari. […] . Per parafrasare il bel libro per bambini, anzi per bambine, quando si incontrano il padre e la bambina? E quando si incontrano che fanno? L'autore del libro scrive “[...] fanno tutte le cose che fanno i papà e le bambine: […] guardano i cartoni, […] disegnano, […] vanno in bicicletta,[…] preparano il loro primo albero di Natale insieme, […] si vedono, parlano, […] si abbracciano, […] si baciano, […] si fanno le coccole, […] si addormentano insieme […] vanno al parco, […] vanno al cinema, […] vanno al nido, […] fanno le fotografie...” 
Se i padri sono adesso così presenti nella vita delle loro figlie piccole perché non si incontravano mai …?

La tesi di Simona Galasso, incentrata sul tema attualissimo della paternità, ci ha molto incuriosito, così come lo scoprire che un libro per ragazzi riesce parlare a uno studioso, offrendogli punti di vista inediti e originali. Per questo, abbiamo invitato Simona e Mauro a conversare su tutto questo. Il risultato è davvero interessante.
Trovate qui il pdf completo della conversazione.
Chi fosse interessato alla tesi di Simona Galasso, può mettersi in contatto con noi.

giovedì 24 febbraio 2011

La Buick di Eddie Grace e altri ricordi

Chiunque sia sopravvissuto alla propria infanzia, possiede abbastanza informazioni sulla vita per il resto dei propri giorni, ha scritto una grande scrittrice americana. Parole d'oro. Leggete questo.

«Sono cresciuto in Kentucky Avenue, a Whittier, in California. Mio padre faceva l'insegnante in una scuola serale a Montebello. Avevo una casa sull'albero e tutto il resto. Ho fumato la mia prima sigaretta a sette anni, credo. Era eccitante. Recuperavo le cicche dai tombini quando aveva appena finito di piovere. Mio padre fumava le Kent. A me non sono mai piaciute le Kent: ho sempre cercato di fargli cambiare marca. Ero io quello che riparava tutte le biciclette del vicinato: ero una specie di piccolo meccanico del quartiere. C'era un ragazzino che si chiamava Joey Navinsky che suonava il trombone e un altro, Dickie Falkner, che gli colava sempre il naso. Poi c'era una certa signora Storm, che viveva con sua sorella: stava seduta in cucina, puntando fuori dalla finestra la canna di un fucile calibro 12. Se dovevamo passare davanti a casa sua, facevamo il giro largo.»

«Quando ero piccolo, più o meno verso i cinque anni, giravo dalle parti di Kentucky Avenue e raccoglievo le cicche delle sigarette. Poi mi sono procurato un giro di giornali. Mi alzavo all'una di notte per fare le consegne, in modo che mi restasse un po' di tempo anche per infrangere la legge.» (Qui potete ascoltarlo mentre lo dice, ma l'audio è pessimo).

«L'infanzia è di importanza basilare nel mio lavoro di compositore. Le cose che sono accadute allora, il modo in cui le percepivo e in cui le ricordo oggi hanno un grande effetto su di me. [Kentucky Avenue] è un brano drammatico: quando avevo dieci anni, il mio migliore amico, Kipper, era poliomielitico. Facevamo a gara, io di corsa e lui sulla sedia a rotelle, a chi arrivava prima alla fermata dell'autobus. Non sapevo che cosa fosse la polio. Per me l'unica cosa importante era che lui arrivava sempre dopo di me.»

«A volte penso che i bambini ne sanno più di tutti. Una volta sono andato in treno a Santa Barbara con Kipper. Sembrava quasi come se avesse vissuto un'altra vita da qualche parte prima di nascere, e che avesse portato quello che aveva imparato in questo mondo qui.»

«Quello che non sai di solito è più interessante. Le cose che devi chiedere, quelle sulle quali non ti sei ancora fatto un'idea. Quelle che ti fanno capire che c'è qualcosa di più della tua capacità istintiva di vivere nella strada. I sogni. Gli incubi.»

«Quando ero bambino, un treno merci passava in anticamera: passava ogni notte e io, per andare in bagno, dovevo aspettare che passasse, stando sulla soglia della mia camera da letto. Questo treno merci passava proprio in mezzo alla casa.»

Poi c'è Tom Waits al pianoforte, la sua voce e un testo che comincia come un'accozzaglia di immagini di ricordi d'infanzia per culminare in un finale allo stesso tempo assurdo e commovente.



[…]
Prenderò  un dollaro dal borsellino di mia madre per comprarti quell'anello con il teschio e le ossa incrociate
Potrai tenerlo al collo con un vecchio pezzo di spago.


Poi sputeremo addosso a Ronnie Arnold, mostrandogli il dito medio
Taglieremo le gomme allo scuolabus, ma terremo la bocca cucita
Con un chiodo arrugginito mi inciderò le tue iniziali sul braccio
e ti farò vedere come si riesce a salir sul tetto dell'emporio.


Strapperò i raggi alla tua sedia a rotelle e le ali a una gazza
te le legherò alle spalle e ai piedi.
Ruberò un seghetto a mio padre per toglierti i tutori dalle gambe.
Li seppelliremo stanotte, nel campo di granoturco.


Infilati in tasca un cavatappi
e saltiamo su quel treno merci nell'ingresso
Scivoleremo giù per lo scarico dritti verso l'autunno di New Orleans.

Tutti i testi di Tom Waits sono tratti dalla Tom Waits Library, e tradotti da noi.
Ci dispiace che non siano anticipazioni di un prossimo Anni in tasca. Sarebbe stato bellissimo.

mercoledì 23 febbraio 2011

Roba da bambini

[di Valentina Colombo]
 
Qualche giorno fa, abbiamo condiviso sulla nostra pagina Facebook un link a un articolo su Martin Amis, che in una intervista alla BBC, ha dichiarato:

Se subissi un grave danno cerebrale, potrei mettermi a scrivere libri per ragazzi.

Potete leggere un riassunto completo qui.
Naturalmente è nato un putiferio. E questa ennesima dichiarazione, diciamolo, ignorante, ci ha spinto a scrivere due righe sull'argomento.
In occasione della fiera del libro di Montreuil, un noto critico francese, François Busnel, ha candidamente e “professionalmente” espresso la sua opinione sulla letteratura per ragazzi:

Non ho mai creduto alle virtù di quella che il mondo dell'editoria chiama "letteratura per ragazzi". Senza dubbio è un errore, ma questo "settore" mi è sempre apparso come una invenzione di marketing creata per far passare una produzione spesso insulsa e ad appoggiare case editrici in pessime condizioni economiche. 

Potete leggere il resto, in francese, qui. L'articolo è stato pubblicato qualche settimana prima di uno dei più importanti saloni del libro per l'infanzia europei (ne abbiamo parlato qui). Un attacco del genere non poteva essere ignorato. E oltre ai sempre attenti internauti, ai lettori de L'Express, ai promotori alla lettura, anche gli editori si sono mobilitati.
Non sembrano essere tempi facili per la letteratura per l'infanzia e l'albo illustrato: tra profezie di morte (quella già citata del New York Times) e dichiarazioni di inutilità, sembra proprio che ci sia uno scontro in atto.
In questo caso, chi ha manifestato il disagio e l'indignazione degli editori francesi è Alain Serres, editore di Rue du monde. Se volete leggere la sua risposta completa a Busnel in francese, potete scaricarla qui.
Dice Alain che “i bambini sono terribilmente contemporanei”: mai affermazione fu più vera, perché uno dei tratti dell'infanzia è proprio questo suo esserci ora e cibarsi della quotidianità e del mondo nella sua veste più nuova e pura, non condizionata da precedenti esperienze, ma in divenire continuo. E se c'è un mezzo che i bambini possono usare per arricchire le loro esperienze è proprio il libro.
Una delle caratteristiche più belle dei picture books è la molteplicità dei livelli di lettura possibili, la capacità di contribuire alla costruzione del pensiero. E autori, editori, insegnanti, genitori, tutti ugualmente ringraziati da Serres, partecipano a questa impresa attraverso le scelte di produzione, acquisto, selezione dei libri per i piccoli. Perché i bambini sono un pubblico esigente. Un pubblico che a volte spaventa con una incredibile capacità di mettere tutto in discussione. È il pubblico del “confronto” che spesso con i suoi perché costringe a decodificare la realtà contemporanea. E giustamente Alain dice che non c'è limite ai temi toccati dalla letteratura per ragazzi: amicizia, amore, omosessualità, razzismo, paura, morte... vita!
La seconda cosa che emerge da questa lettera e che condividiamo è che occuparsi di libri è difficile. È uno sforzo continuo, una gioia e una costante fatica. In Italia, in particolare, il vuoto istituzionale attorno alla letteratura per l'infanzia è clamoroso.
In Francia, Spagna e Portogallo, ma anche Brasile e Messico, esistono istituzioni che promuovono la diffusione degli albi, che finanziano le traduzioni, che comprano per le biblioteche i libri illustrati, che organizzano fiere e manifestazioni. Bisogna amarli proprio, questi “oggetti”, per decidere di lavorarci sopra, dedicarvi tempo ed energie. I risultati economici sono soddisfacenti (ma non sempre), a volte buoni, ma ben lontani da quelli della narrativa per adulti. Sono due mercati che hanno regole diversissime. E di certo, non gli stessi privilegi e la stessa attenzione mediatica. Noi, nel nostro piccolo, con questo blog, stiamo provando una strada di promozione diversa, proponendo ciò che è dentro, fuori e intorno ai libri che facciamo e ci passano accanto. Una strada che punta sulla diffusione delle conoscenze e della cultura del libro per ragazzi, e in generale della cultura riservata ai ragazzi. Che è una cosa serissima, oggi più che mai. Ne volete una prova? Guardatevi intorno.
Siamo sicuri, forse con un po' di arroganza, che la causa di gran parte delle affermazioni dei giornalisti sulla letteratura per ragazzi sia una sostanziale ignoranza: in genere di questo tema la maggior parte della gente non sa niente.
Compresa quella cha ha a che fare coi media, e quando si trova a doverne parlare, le affermazioni sono, fatalmente, infondate, superficiali, approssimative. Perché tali sono le conoscenze di cui si dispone. Il nostro blog punta all'informazione su questi temi, perché oggi, a nostro avviso, questo è il miglior modo di promuoversi: condividere le conoscenze con gli altri. La rete lo permette e vediamo che strumento potente sia, in grado di cambiare le cose.
Tanti altri, da tempo, stanno offrendo questo approccio diverso e interessante: Le figure dei libri, La scatola del the, Costanza e i libri, Zazie, Leggere leggerci, letteratura per ragazzi.it, editoria ragazzi.com, solo per citarne alcuni.
Alain Serres conclude la sua protesta proponendo una tavola rotonda sui picture books. In Italia l'abbiamo fatta due anni fa a Pitigliano, grazie agli sforzi di Minimondi, ma risultati non se ne sono visti. Speriamo che in Francia riscuota più successo. Sarebbe un passo fondamentale per parlare finalmente di cose serie, cioé di cosa leggono i ragazzi, e per promuovere questo grande e bellissimo lavoro che facciamo, noi come editori, insieme a librai, promotori della lettura, maestri,  educatori, genitori.
Non possiamo non essere d'accordo con Alain sul fatto che lavoriamo in un settore considerato, da chi si occupa di cultura, di serie B: “roba da bambini”.
Appunto, roba da bambini. Quindi, di sicuro, non di serie B.

[Le immagini che corredano questo post sono tratte dall'autobiografia illustrata di Guido Scarabottolo, Uncertain Life, per gentile concessione dell'autore.]

martedì 22 febbraio 2011

Lo usi, lo riusi e non si rompe mai!

Se esistesse uno slogan per vendere i papà, questo sarebbe perfetto.

Perché un papà è un impareggiabile attrezzo multiuso, all’occorrenza sveglia, letto, giostra, ombrello...

Perché un papà è utilissimo per fare un milione di cose: volare, scalare, giocare, cavalcare, ascoltare...

Perché un papà è un abilissimo trasformista capace di passare, da un minuto all’altro, da angelo custode a nascondiglio perfetto, da dottore a tunnel...

Finalmente anche in Italia, a brevissimo in tutte le migliori librerie, arriva P di papà, il libro che, nell'edizione originale portoghese di Planeta Tangerina nel 2006 ha vinto una menzione al prestigioso Best Bookdesign from All Over the World Competition (Book Art Foundation, Lipsia), al Prémio Nacional de Ilustracão e il Titan Prize (Illustration in Design International Competition).
L'irresistibile ritratto-catalogo, affettuoso e gentile, di tutti i papà che possono abitare in un uomo, raccontato dal testo scanzonato e musicale di Isabel Minhòs Martins, e dal segno essenziale ed elegantissimo di Bernardo Carvalho.
Volete sapere come comincia? Ecco qui.






... e se volete sapere come va a finire, correte in libreria, o entrate nel Topishop.

lunedì 21 febbraio 2011

Ricordando Antonella


Antonella l'abbiamo conosciuta nel 2004, a Olina, in una casa di campagna dell'appennino tosco emiliano. In quella zona, entrambe abbiamo passato le estati fin da bambine, nelle case appartenute a nonni, bisnonni... La conoscevo bene di vista già da tanti anni, avevamo parecchi amici in comune. Tuttavia, quella sera, a cena, fu la prima volta che le parlai. C'era anche Elena, sua figlia, insieme si erano da poco trasferite a vivere lì, lasciando Milano. La simpatia fu immediata. Spontanea. Viva. Antonella ci disse che disegnava, che faceva l'illustratrice. Rimanemmo con l'accordo che ci sarebbe venuta a trovare, per farci vedere il suo lavoro. E così fu, qualche tempo dopo. Venne da noi con un gran raccoglitore bianco sotto il braccio. Non si trattava di qualche tavola. Ma di un fumetto intero.

 Si intitolava Gina cammina e raccontava una storia costruita sui ricordi di sua madre, Gina, gran “contatrice di storie”, che durante la guerra, bambina, era partita a piedi con la mamma da Olina, fino a Firenze, per andare a servizio. Una storia avventurosa, piena di incontri, fatti, paesaggi, pensieri. Un fumetto bellissimo. Belle immagini, belle parole. Un racconto pieno di ritmo, forza, tensione, calore, capace di farti attraversare con leggerezza stati d'animo e atmosfere diverse, solo col bianco e nero del disegno e del clima di sopravvivenza, solidarietà, asprezza di quel tempo drammatico. Fu una scoperta. Ci lasciò a bocca aperta. Antonella, sorpresa, ci disse che aveva un contatto per pubblicare quel lavoro che, poco dopo, infatti, divenne libro.

Decidemmo, comunque, seduta stante che avremmo fatto sì, qualcosa insieme. Non c'era dubbio che bisognava farla: si trattava solo di capire cosa. L'idea venne non molto tempo dopo, nel corso di un'altra cena: parlando, spuntò l'idea del Pifferaio di Hamelin. Ad Antonella l'idea di quella fiaba piacque subito: la trovò congeniale alla sua immaginazione, alla drammaticità del suo segno.
Avevo i versi del poemetto di Robert Browning che mi ronzavano in testa da quando, anni prima, avevo visto il film di Atom Egoyan Il dolce domani. Li recitava l'unica superstite dell'incidente dello scuolabus, sfogliando il libro con le illustrazioni di Kate Greenaway (il film è una sorta di trasposizione ai giorni nostri, in una cittadina statunitense, della storia raccontata da Browning). E mi parevano bellissimi.

E mi parve anche, attraverso Antonella, di aver incontrato un'interprete ideale. Scoprii, dopo una breve ricerca, che il testo di Browning non aveva una traduzione italiana da molto tempo. E come accade con i progetti giusti, scoprii anche che Umberto Fiori, poeta, musicista, professore di letteratura italiana e traduttore, era disponibile a tradurre quel testo che da tempo leggeva e approfondiva.
Il libro è nato così.

La sequenza di immagini è tratta da Gina cammina.
L'amicizia con Antonella da quei giorni è andata crescendo, dentro e fuori i progetti comuni. Fra mille incontri, risate a non finire, chiacchierate interminabili, gite estive per l'appennino, tè invernali nella sua stanza piena del suo calore, del suo incanto. Un'amicizia forte, allegrissima, bella, intensa, come quelle che si pensa possano nascere e crescere solo quando si è ragazzi.



Antonella ci ha lasciati il 21 febbraio del 2010. Aveva appena finito le tavole del Fazzoletto bianco, un libro che volle fortemente e di cui ogni merito è suo, a cominciare dalla scelta del testo: è stata lei a farci conoscere la storia di Viorel Boldis.
Noi pensiamo ad Antonella ogni giorno. Oggi la vogliamo ricordare stringendoci a Elena, Gina, Sergio, Antonio, Lorenzo, Rita e Paola.

Antonella alla presentazione di Il pifferaio magico di Hamelin,
a Pavullo, in biblioteca.

venerdì 18 febbraio 2011

Educare allo sguardo è educare al pensiero

Disegni di Saul Steinberg
La decisione di diventare editori di libri illustrati, ormai alcuni anni fa, ci ha imposto un gran lavoro di documentazione, ricerca, analisi. Infatti, per capire cos'è un libro illustrato e come è fatto, non c'è altra strada che guardare, leggere, studiare, riflettere su una gran quantità di materiale, di tutte le provenienze, di tutti i generi, di ogni tempo.


 È stato un lavoro appassionante, fin dall'inizio. Nel 2005, parlando di questo con Silvana Sola e Grazia Gotti, è nata l'idea di fare di questa documentazione e di queste riflessioni, un corso sulla parola e l'immagine nei libri illustrati ospitato dall'Accademia Drosselmeier. Il corso si è tenuto per quattro anni. È stata un'esperienza importante, anche per le persone che ho incontrato e con cui si sono stretti rapporti che ricordo sempre con grande gioia.
È stata, insomma, un'esperienza quanto mai utile.

Quando ti si pone il problema di passare ad altri quel che hai imparato, scopri che non è affatto semplice né scontato andare oltre il livello intuitivo e personale di utilizzo delle conoscenze. Il corso mi ha costretto ad approfondire e migliorare lo sguardo e la comprensione di questa materia, di rendermi conto dei miei limiti e delle enorme quantità di cose che sono implicate in questo ambito di studi.
La ricerca a oggi non è finita, anche se purtroppo, a causa del tempo limitato e della quantità di lavoro della casa editrice, non mi è stato più possibile tenere il corso. Mi piacerebbe dare una forma scritta a queste lezioni, che non sono mai andate oltre una magmatica serie di appunti. A tutt'oggi non ci sono ancora riuscita.

Ma debbo ad altri bolognesi (i bolognesi coi Topi si sono sempre dimostrati generosi, fin dal primo giorno, anzi addirittura fin da quando ancora non sapevamo che saremmo diventati editori...), l'idea di forzarmi a mettere nero su bianco alcune delle riflessioni nate durante questo percorso di ricerca.  Precisamente sono stati Giordana Piccinini ed Emilio Varrà dell'Associazione Hamelin, nel 2008, a chiedermi di contribuire a un numero tematico della rivista “Hamelin. Storie figure pedagogia”, il 20, intitolato, appunto, Immagine e parola.

Tutto questo mi è tornato in mente, perché un giovane studioso dell'Università Bicocca di Milano, Martino Negri, l'altro giorno ci è venuto a trovare, portandoci una bellissima edizione di Viperetta di cui è curatore (e di cui, a breve, scriveremo...). Nel primo dei saggi che accompagnano l'edizione, ho trovato citato l'articolo di cui sopra: La voce del libro. Sull'”ovvia” questione della forma e del contenuto. Una sorpresa. Così, me lo sono riletto e mi è venuta l'idea di metterlo su questo blog, a disposizione di chi fosse interessato ai temi della specificità dei libri illustrati, dell'immagine, della parola, della relazione che queste intrattengono e dell'educazione allo sguardo, oggi più che mai necessaria e vitale, per grandi e piccoli.

Potete scaricare l'articolo qui

giovedì 17 febbraio 2011

Il gas da tre gas ha Koh Tsu Chi

AVVERTENZA: questo post vi farà perdere un sacco di tempo.

Adesso che siete stati avvisati, possiamo incominciare.

A volte, a essere curiosi, si finisce in un labirinto di nonsenso. E così ci è capitato recentemente, quando su questo blog abbiamo scovato un filmatino veramente irresistibile.



Siamo immediatamente partiti alla ricerca di altro materiale e abbiamo scovato questo...



e questo...



Adesso siamo in crisi di astinenza. E, in più, non siamo riusciti a capire che cosa sia.
È un meraviglioso booktrailer?
E se è così, come si comprano i libri? (E per chi ci dicesse «Ma è ovvio: su Amazon.co.jp» sono già pronte pece e piume).
Chi è Koh Tsu Chi?
E chi è l'editore?
Viene a Bologna?
Che cosa significa Il gas da tre gas ha Koh Tsu Chi (che è la traduzione resa da Google del titolo in giapponese di uno dei filmatini)?
Perché se facciamo una ricerca Google sulla stringa Koh+Tsu+Chi compare un catalogo di gel da barba?
C'è qualcuno che riesce a tirarci fuori da questo incubo?
Grazie in anticipo.

Post scriptum
Con un supplemento di pazienza, grazie ai potenti mezzi di Google, abbiamo trovato anche questo. Ma il sito di Euphrates, lo studio di animazione che ha realizzato i filmati, è tragicamente incomprensibile.

mercoledì 16 febbraio 2011

Una biblioteca per Renzo e Lucia

Abbiamo conosciuto la  Biblioteca Marazza di Borgomanero, qualche anno fa, quando, invitati da Eleonora Bellini, sua attiva e impegnata direttrice, abbiamo presentato, nel corso di alcune giornate Nati per Leggere, la nostra casa editrice davanti a un pubblico numeroso e attento. Il luogo ci ha colpiti: una villa settecentesca al centro di un bellissimo parco. Interni che hanno conservato intatte le atmosfere di ambienti, stili e forme del passato. In un luogo del genere, silenzioso, poco convenzionale, misterioso, in cui si avverte la presenza del tempo, i libri trovano una casa ideale. E, crediamo, anche, una cura ideale, per come le persone si occupano e pensano a loro.
Eleonora, scrittrice e poetessa, oltre che bibliotecaria, dedica attenzione ed energie al settore dedicato ai bambini e ai ragazzi. Le abbiamo chiesto di rispondere a qualche domanda.

La Biblioteca Marazza è anche una Fondazione culturale. Cosa significa questo nella pratica? Ci racconti, in breve, di questo luogo? Quando e come nasce, per volontà di chi e a quali scopi?

Il nome completo della biblioteca è  “Fondazione Achille Marazza Biblioteca Pubblica e Casa di Cultura” (con la qualifica ONLUS aggiunta da ultimo). La biblioteca fu voluta e pensata da Achille Marazza, avvocato e uomo politico, nato a Borgomanero e successivamente vissuto tra Roma e Milano. Marazza era profondamente convinto del fatto che il velocissimo sviluppo economico ed industriale del dopoguerra, per essere completo e non effimero dovesse trovare basi ed equilibrio nella crescita culturale.
La Fondazione Biblioteca Pubblica e Casa di Cultura, con le caratteristiche che l'hanno contraddistinta sinora, si trova già delineata nel suo testamento: villa di famiglia da adibirsi a biblioteca, il grande parco che la circonda da destinare a uso pubblico, la biblioteca dotata di sala per conferenze e audizioni, il salone d'onore per gli incontri istituzionali, l'indispensabile e fondamentale sezione ragazzi. Era la metà degli anni Sessanta. Ma già prima, nel 1958, nel corso di un convegno tenutosi a Milano in occasione della settimana delle biblioteche, Marazza aveva espresso la sua convinzione che il sistema bibliotecario italiano, per tanti aspetti illustre, avesse dimenticato Renzo e Lucia (era ammiratore di Manzoni e collezionista dei suoi scritti). Le biblioteche italiane, da allora in poi, affermò, avrebbero dovuto essere tali da consentire anche a Renzo e Lucia di partecipare pienamente al patrimonio di cultura e di civiltà che appartiene a tutti. Marazza morì nel 1967. La biblioteca aprì nel febbraio 1971. Proprio in questi giorni dunque festeggia il suo quarantesimo compleanno. Il 26 febbraio, lo ricorderemo in un convegno dal titolo Una biblioteca per Renzo e Lucia. La Biblioteca di Borgomanero nel progetto di Achille Marazza.

In che modo, oggi, lo spirito originario di questa istituzione è cambiato e in cosa si è mantenuto, considerati i cambiamenti, economici, sociali e politici, rispetto al momento della sua nascita?

Questa è un'istituzione che, nel pensiero del fondatore, è nata giovane e aperta – nonostante le sue non eccezionali risorse economiche -. Anzi, se la considero in rapporto alla media delle biblioteche italiane “grandi” (abbiamo ormai più di centomila libri e altri documenti, audiovisivi compresi), noto che il suo dinamismo, soprattutto nei confronti dei lettori reali e potenziali, è di buona qualità. Nella visione di Marazza  erano presenti addirittura alcune potenzialità che sono ancora da esplorare a fondo (la cooperazione con altre istituzioni culturali sia locali che nazionali, ad esempio). Anche la continuità del personale e la sua motivata preparazione hanno giovato sinora alla biblioteca. Naturalmente sono cambiati alcuni linguaggi e alcuni strumenti di comunicazione con gli utenti, principalmente dopo l'informatizzazione, l'avvento di internet e dei telefoni cellulari. Anche in questo campo ci sono potenzialità ancora da praticare.

 In che modo il vostro lavoro entra in relazione con la vita della comunità. E in che modo l'amministrazione favorisce o potrebbe favorire questo rapporto?

Il nostro lavoro coinvolge principalmente le istituzioni scolastiche, per quanto riguarda bambini e ragazzi. Quanto alla comunità degli adulti, i contatti non sporadici si dirigono principalmente a scuole, librerie, altre biblioteche, stampa locale. Le amministrazioni pubbliche svolgono nei confronti della Fondazione più un ruolo di controllo e di garanzia che un ruolo di coinvolgimento e/o di programmazione comune. Questo, che potrebbe sembrare un limite, mi pare invece essersi rivelato nel tempo una garanzia di autonomia, di continuità e di scientificità nel lavoro dei bibliotecari, che, come è noto, è spesso sottovalutato, sottostimato, condizionato o addirittura in balia di mutazioni amministrative, specie nei piccoli centri.

Che peso attribuite, nel complesso della vostra attività, alle fasce più giovani dei frequentatori della biblioteca?

Una percentuale abbastanza alta del nostro tempo viene dedicata alla biblioteca dei ragazzi: la responsabile Daniela Buonavita, che ha un'elevata preparazione nel campo, durante l'anno scolastico o in altri momenti (Nati Per Leggere, Festa dei lettori, laboratori, gara di lettura) viene affiancata da altre bibliotecarie, soprattutto da quelle del sistema che conta una trentina di biblioteche aderenti. Se dovessi indicare una percentuale direi che oltre il 30% del nostro lavoro è diretto ai più giovani, dalla prima infanzia all'adolescenza.

Che tipo di attività privilegiate con loro?

L'attività è innanzitutto quella quotidiana, quella che non si vede e non fa notizia, ma che costituisce la base essenziale di qualsiasi altra: scelta e conoscenza dei libri, catalogazione e messa a disposizione dei lettori, strategie per dare visibilità ad alcuni libri (le novità, ad esempio, o quelli su particolari temi), acquisto di un numero sufficiente di opere per garantire diverse possibilità di scelta e una sufficiente circolazione delle opere. Altre attività sono: le visite alla biblioteca, i giochi con i libri, i laboratori (poesia, narrativa, libro), le letture ad alta voce, gli incontri con l'autore. Le attività sono organizzate o tenute direttamente dalle bibliotecarie.

Quanto un bibliotecario può incidere nell'avviare un ragazzo alla lettura?

Il bibliotecario incontra il piccolo lettore quando questi arriva in biblioteca e non è detto che, per quanto bambino, egli non nutra già qualche pregiudizio sui libri e il loro contenuto. Ma il bibliotecario di certo ha due grandi vantaggi rispetto a un insegnante e a un genitore: può garantire al bambino varietà e libertà nella scelta dei libri, inoltre non esercita né forme di controllo né di valutazione sulle sue scelte. In una realtà di provincia o di paese, inoltre, il bibliotecario svolge anche la funzione preziosa di tramite: può far conoscere una più ampia scelta di libri, diversi da quelli – pochi – che solitamente appaiono sugli scaffali praticati dai più, che sono quelli dei supermercati. Spesso questa scelta più ampia significa anche scelta e proposta di opere di più alta qualità, più “belle”.  

Quanto la relazione con i bambini e i ragazzi modifica la vostra relazione con i libri e il modo in cui li pensate?
Lo sguardo del bambino e del ragazzo è spesso più nuovo, più libero da stereotipi del nostro. Però talvolta può succedere che i bambini siano condizionati da precedenti abitudini e modelli di lettura. Tenuto conto dei due elementi, è importante per noi guardare ai libri sempre con sguardo libero, andando oltre le preferenze personali, i condizionamenti (“mi chiedono solo questo, questo va di più”), gli approcci troppo facili e abitudinari, l'abbandono della ricerca. Insomma, noi bibliotecari dobbiamo sempre mantenere un'alta vigilanza affinché la nostra curiosità, il nostro spirito critico, il nostro amore per il libro, la qualità delle scelte non scendano troppo di tono. Poi, se proprio è necessario, si media anche un po'. 

Che rapporto hanno i ragazzi con i libri e con i luoghi dei libri, a tuo avviso?

Mi pare che, una volta conquistata la loro fiducia, il rapporto sia buono. Da parte dei ragazzi alternativamente esigente e fiducioso.

Tu hai una grande esperienza di letture e di attività con ragazzi e bambini. Sulla base di questa, cosa credi che amino trovare i bambini nei libri? E i ragazzi?

Dipende dalle età, mi pare. I piccolissimi amano trovare un nido di parole, e di figure; poi arriva l'età delle scoperte e piacciono anche libri diversi dalla narrativa, di scienze, di storia e soprattutto preistoria. Gli adolescenti credo preferiscano narrazioni in cui identificarsi, che non nascondano le paure di quell'età, ma che siano capaci di rassicurare, di prospettare un'evoluzione positiva. Mi pare che tutto ciò si manifesti più a livello inconscio o non detto, che esplicito e dichiarato.

Quanto i genitori e gli insegnanti incidono nel rapporto fra i libri e i ragazzi? E in che modo?

Penso che sia difficile dire qualcosa che valga per tutti: ci sono genitori, ad esempio, per i quali la lettura è essenzialmente un'attività scolastica, strumentale, tesa a raggiungere risultati, mezzo per “avere” il figlio più colto, più intelligente, più. Ma non tutti sono così, è ovvio. Lo stesso vale per gli insegnanti: se tra questi ultimi c'è chi consiglia agli alunni solo letture di integrazione della didattica, altri – ne ho incontrata una proprio pochi giorni fa – affermano: io applico il decalogo di Pennac. Un catalogo che ora, grazie alla fama dello scrittore francese, si è diffuso ampiamente, ma che era già presente da generazioni nella mente dei buoni educatori.

Secondo i vostri dati, leggono di più i ragazzi o i genitori? Chi di loro frequenta di più la vostra biblioteca?

Credo non ci sia dubbio: leggono di più i bambini; leggono anche i bambini che in casa non hanno neppure un libro, eccetto quelli di scuola. Per i ragazzi, specialmente i maschi, cambia un po' il discorso: i simboli di status giovanile si misurano e si modellano su altri oggetti, diversi dal libro. Però credo che, se il libro giusto arriva, anche i ragazzi generalmente leggano più dei rispettivi padri.

Come giudicate l'offerta editoriale attuale di libri per ragazzi, sia la narrativa sia gli illustrati? 

La scelta è fin sovrabbondante, tanto che non è sempre facile informarsi e orientarsi. Poi ci sono molti libri seriali, che muovono interessi quasi collezionistici, affetti un po' troppo chiusi, fantasie un po' unidirezionali. Questo è anche il parere della nostra bibliotecaria Daniela, che una volta i libri li leggeva tutti, ma ora il tempo non le basta e se ne rammarica.